The Bloomsbury Handbook of Modern Italian History Conference

Creare un manuale di storia dell’Italia contemporanea: storie, dibattiti e metodologie

Il convegno The Bloomsbury Handbook of Modern Italian History Conference. Creare un manuale di storia dell’Italia contemporanea: storie, dibattiti e metodologie, promosso dal Dipartimento di Studi Storici «Federico Chabod» dell’Università degli Studi di Milano, dall’Association for the Study of Modern Italy, dalla Ragusa Foundation for the Humanities di New York e dalla Società Italiana delle Storiche, ha aperto nuove prospettive sulla produzione storiografica dedicata alla storia dell’Italia contemporanea.

Svoltosi presso l’Università degli Studi di Milano, nelle giornate dell’11 e del 12 dicembre 2025, e coordinato dagli storici Claudia Baldoli (Università degli Studi di Milano), Gianluca Fantoni (Nottingham Trent University) e Diane Moore (John Jay College of Criminal Justice – CUNY), il convegno ha avuto come scopo quello di presentare e discutere le proposte di studiosi italiani e anglofoni impegnati nella redazione di un manuale di storia dell’Italia contemporanea. Articolato in otto sessioni, il programma ha ricalcato, in parte, la struttura del progetto editoriale, riunendo per ogni tematica indagata gruppi di autori con l’obiettivo di approfondire gli aspetti culturali, sociali, politici ed economici che hanno definito l’identità nazionale, superando la tradizionale narrazione cronologica e antologica degli eventi che hanno delineato la storia d’Italia dal Settecento a oggi.

Moderata da Claudia Baldoli, la prima sessione si è soffermata sulla genesi dell’identità italiana. Gli interventi di Milena Sabato (Università del Salento), John Davis (University of Connecticut) e Diane Moore (CUNY) hanno cercato di scardinare il tradizionale paradigma storiografico sul Risorgimento. Con l’intervento Forging Italy Before Italy: The Eighteenth Century, Sabato ha rivendicato la centralità del XVIII secolo per la storia d’Italia, confutando la presunta marginalità politica e culturale della penisola. Il Settecento emerge, nella sua lettura, come momento fondativo per “l’italianità”, intesa come appartenenza culturale e processo condiviso, lungo e in trasformazione. L’obiettivo, nelle intenzioni dell’autrice, è quello di collocare la penisola nel concerto europeo, quale crocevia di primaria importanza di popoli, merci e idee.

John Davis ha analizzato le interpretazioni e le idee costitutive che hanno caratterizzato il Risorgimento, inquadrato come un progetto aperto, plurale e transnazionale, nato dal dialogo esplosivo con la modernità, la cui complessità rischia di essere ridotta retrospettivamente a un programma politico compiuto e concluso con l’Unità. Una parte centrale dell’intervento è dunque dedicata al ruolo determinante della storiografia nell’interpretazione di questa stagione storica, con particolare riferimento alle letture di Antonio Gramsci e Denis Mack Smith, le cui opere hanno certamente avuto un’ampia risonanza internazionale. Richiamando la produzione storiografica più recente, con riferimento all’opera di Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, Davis ha sottolineato la necessità di svincolare l’idea di Risorgimento dalle interpretazioni nazionaliste, privilegiando una prospettiva più attenta ai concetti di società civile, cittadinanza e libertà.

Attraverso casi emblematici – come quello di Clara Maffei, Anita Garibaldi, Jesse White Mario o Giorgina Saffi –, l’intervento di Diane Moore ha valorizzato le forme di attivismo femminile, mostrando come molte donne intervenissero nella politica sfruttando gli spazi consentiti dalle convezioni sociali. Rifiutando la netta separazione tra sfera privata e sfera pubblica, e concependo la famiglia come fondamento della società, Moore ha richiamato il concetto di repubblican motherhood, rivendicando il ruolo attivo delle donne nella formazione delle nuove generazioni. Su questo, si innestano le battaglie per l’istruzione femminile, con esplicito riferimento all’attivismo di Caterina Franceschi Ferrucci, e le critiche al Codice Pisanelli del 1865 mosse da Salvatore Morelli e Anna Maria Mozzoni, con attenzione alla nascita dei primi movimenti per il suffragio e il dibattito sul divorzio. Il contributo mostra, dunque, non solo le origini del femminismo italiano, ma anche la capacità delle donne di ridefinire il proprio spazio di manovra senza rigettare i propri ruoli tradizionali, rivendicando un’attiva partecipazione politica in grado di scardinare i limiti di classe e di ceto.

Dopo alcune osservazioni metodologiche da parte dei colleghi e la lettura dei commenti di Giacomo Girardi (Università degli Studi di Milano), si è aperta la seconda sessione del convegno (Shaping the italians: Media, Catholicism, and War), presieduta da Emanuela Scarpellini (Università degli Studi di Milano).

Stephen Gundle (Università di Warwick), nel suo intervento dal titolo Italy in the Age of Mass Media, ha proposto un’analisi sullo sviluppo dei media di massa in Italia tra gli anni Trenta e Ottanta del XX secolo, considerando il loro ruolo nella vita politica e culturale del Paese e sulla costruzione dell’immaginario dentro e fuori i confini nazionali. Evidenziando le difficoltà di concettualizzazione dei contenuti, Gundle ha proposto di adottare la categoria di mediatization come strumento più flessibile rispetto al tradizionale concetto di periodization. Attraverso le lenti dell’americanizzazione e dell’italianizzazione, capaci sia di costruire quanto di disarticolare l’identità nazionale, ha proposto un’interpretazione della mediatizzazione come processo ambivalente, ponendola come originale chiave interpretativa dell’Italia contemporanea.

Daniela Saresella (Università degli Studi di Milano) ha affrontato il rapporto tra Chiesa cattolica, modernità e politica italiana tra Otto e Novecento, con l’intento di colmare una significativa lacuna storiografica. I principi di laicità e separazione tra sfera religiosa e politica si scontrano, dopo la Rivoluzione francese, con l’opposizione della Chiesa, che individua nel Risorgimento l’incarnazione di un ordine politico e culturale ostile al temporalismo e al clericalismo. Le caute aperture di fine Ottocento, con il pontificato di Leone XIII e la Rerum Novarum, inaugurano la nascita di un nuovo paradigma che conduce, attraverso le esperienze di Romolo Murri e don Luigi Sturzo, a un progressivo avvicinamento dei cattolici alla vita politica dello stato liberale, culminato nella fondazione del Partito Popolare Italiano nel 1919. Un passaggio centrale dell’intervento è dedicato al ventennio fascista, durante il quale i Patti Lateranensi del 1929 concretizzano un ulteriore passo verso la riconciliazione tra Stato e Chiesa. Secondo Saresella, il Concilio Vaticano II (1962-65) è il vero punto di cesura, poiché segna un concreto avvicinamento tra Chiesa e mondo moderno: oltre all’accettazione della modernità, l’istituzione ecclesiastica si apre all’ecumenismo rafforzando il proprio impegno nel sociale attraverso nuove forme di partecipazione. L’analisi delle reazioni postconciliari evidenzia, infine, la ridefinizione del ruolo pubblico della Chiesa negli anni Novanta, e la persistente complessità del suo rapporto con la modernità.

L’intervento di Nicola Labanca (Università degli Studi di Siena) ha chiuso la prima mattinata del convegno con un contributo il cui obiettivo è stato quello di mettere in discussione lo stereotipo di un’Italia storicamente refrattaria alla guerra. Valorizzando l’esperienza delle forze armate e delle pratiche militari, Labanca ha suggerito un approccio di lungo periodo capace di integrare la storia politica, istituzionale e sociale. Più che l’esperienza di guerra, Labanca ha invitato a considerare la centralità dell’esperienza militare nella storia nazionale, ricordando i dieci milioni di italiani coinvolti nei conflitti dell’Italia unita e gli oltre trenta milioni che hanno svolto il servizio militare. Fondamentale è la pluralità di tali esperienze, che comprende le forze militari preunitarie, la coscrizione obbligatoria (1870-2006), le forze armate professionali e le forze armate irregolari, cruciali in momenti come l’unificazione. Attraverso il concetto di “tasso di militarizzazione”, Labanca ha mostrato come l’Italia repubblicana presenti un tasso di militarizzazione ben più elevato dell’Italia monarchica, contribuendo a sfatare miti e narrazioni consolidate.

La terza sessione, dal titolo Gender, Feminism and Race in Italian History, moderata da Alessandra Gissi (Università di Napoli “L’Orientale”), si è aperta con l’intervento Beyond White Masculinity: Italian Colonialism from a Gender Perspective, curato da Beatrice Falcucci (Università degli Studi di Firenze) e Gianmarco Mancosu (Università di Macerata). I due studiosi hanno proposto una lettura del colonialismo italiano attraverso una prospettiva di genere, femminista e  intersezionale, mettendo in discussione la centralità dell’uomo bianco nelle pratiche coloniali e nelle successive rielaborazioni memoriali. L’obiettivo, oltre a colmare una lacuna storiografica e fornire strumenti teorici e metodologici, è stato quello di valorizzare le pratiche di micro e macro resistenza, negoziazione e ibridazione, nonché  rivendicare la centralità delle donne nella costruzione delle memorie circa il passato coloniale. Secondo Falcucci e Mancosu, il colonialismo italiano ha trasformato il continente africano in uno spazio di affermazione della virilità e del dominio sessuale, riducendo le donne africane a oggetti di sfruttamento. Diversamente, per le donne italiane l’esperienza imperiale ha rappresentato una possibilità di mobilità e ridefinizione dei ruoli, seppur entro i confini dell’ideologia fascista. Attraverso biografie di soggetti di etnia mista, i due autori hanno messo in luce forme di resistenza femminile, mostrando come la prospettiva di genere consenta di comprendere le molteplici direzioni delle memorie coloniali e di affrontare l’eredità irrisolta della decolonizzazione.

Con l’intervento Women and Feminism in Italy, Perry Willson (University of Dundee) ha proposto una rilettura della storia d’Italia attraverso la lente dei gender studies, con un focus cronologico sul periodo 1945-1980. Analizzando le sfere del lavoro, della famiglia e della sessualità, Willson ne ha evidenziato le complesse dinamiche: la stagnazione dell’occupazione femminile e il perdurare del modello della donna casalinga, rafforzato dal ruolo maschile di “breadwinner”. La centralità della famiglia, pur attraversata dalle trasformazioni legate all’urbanizzazione e all’abbandono del mondo rurale, non viene messa in discussione, ma piuttosto rinegoziata all’interno di un processo di ridefinizione della sfera affettiva. La sessualità assume un ruolo centrale nell’analisi, che sottolinea la persistenza di vincoli normativi e culturali stringenti, come evidente nel ricorso diffuso all’aborto clandestino. Una parte significativa dell’intervento è stata dedicata al suffragio femminile, alle organizzazioni di massa e al femminismo di seconda ondata, interpretato come fenomeno transnazionale e generazionale. In conclusione, Willson ha richiamato i più recenti rinnovamenti circa la storiografia sul femminismo italiano, caratterizzati dall’adozione di prospettive transnazionali e intersezionali, con crescente attenzione a questioni come la classe, la razza e la sessualità.

Cristina Lombardi-Diop (Loyola University of Chicago) ha presentato una riflessione interdisciplinare sulla storia della cittadinanza italiana in relazione a colonialismo, razzismo e migrazioni, adottando una prospettiva di lunga durata. La tesi centrale sostiene che la cittadinanza italiana si fondi su un’idea di appartenenza emotiva, ancorata allo ius sanguinis, principio che mantiene un legame giuridico con le comunità italiane all’estero ma che, al contempo, alimenta meccanismi di esclusione nei confronti dei soggetti razzializzati e dei migranti. Attraverso gli strumenti della critical race theory e degli studi postcoloniali, Lombardi-Diop ha ricostruito l’evoluzione della legislazione coloniale, mostrando come il concetto di razza si sia progressivamente trasformato in categoria giuridica. Dalla sudditanza monarchica alla cittadinanza diasporica (1865-1912), fino alla ridefinizione del rapporto tra discendenza, razza e cittadinanza (1912-1947), l’analisi ha messo in luce le tensioni costanti tra inclusione ed esclusione, che caratterizzano la cittadinanza postcoloniale. Infine, Lombardi-Diop ha concluso con una proposta interpretativa che chiede alla cittadinanza di essere letta non come esito lineare e progressivo, ma come un dispositivo di inclusione differenziale, oggi messo in discussione dalle emergenti pratiche di cittadinanza transnazionale e postcoloniale.

La sessione Illicit Italians: Crime, Deviance, and Sexuality in Italian History, coordinata da Ombretta Ingrascì (Università degli Studi di Milano), ha chiuso la prima giornata di convegno.

L’intervento di Eileen Ryan (Temple University) e Avery McGraw (University of Connecticut) ha chiarito come razza, genere e sessualità siano categorie storicamente contingenti e profondamente interdipendenti. Ryan e McGraw hanno individuato, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la coesistenza di nozioni popolari e nuove teorie pseudoscientifiche, le quali avrebbero contribuito alla nascita e affermazione di un discorso intorno all’Italian whiteness. L’analisi si è poi concentrata sul ruolo del genere e della sessualità nella formazione dello Stato unitario: la diffusione del positivismo, della sessuologia e del darwinismo sociale si intreccia con le politiche di regolamentazione delle devianze, in particolare prostituzione e omosessualità. Ryan e McGraw hanno sottolineato come le politiche dello Stato liberale, oscillando tra ambivalenza e intervento, abbiano privilegiato un approccio medico-clinico, piuttosto che una diretta criminalizzazione. L’intervento ha così ricostruito le precondizioni ottocentesche che avrebbero condotto, nel Novecento, alla formalizzazione di categorie razziali, sessuali e di genere.

Rossella Merlino (Università di Messina) ha analizzato la rappresentazione delle mafie e la loro interpretazione nel tempo, proponendo una collocazione storiografica che superi la narrazione lineare e cronologica. Adottando come lente analitica il discorso pubblico e istituzionale, l’autrice ha invitato a riflettere sulla capacità dello Stato di comprendere il fenomeno mafioso. In dialogo con la più recente storiografia, l’intervento è stato incardinato su un approccio interdisciplinare, attento alle differenti temporalità, ai contesti e alle discontinuità storiche. Seguendo una struttura diacronica e tematica, Merlino ha ricostruito i significati e le rappresentazioni delle mafie tra l’età postunitaria e la più recente contemporaneità, includendo una riflessione sul ruolo delle donne nelle organizzazioni malavitose. Le mafie vengono così definite come forme storicamente multiformi e adattive, la cui evoluzione può essere compresa solo attraverso l’analisi congiunta di pratiche criminali, mutamenti istituzionali e costruzioni discorsive.

L’ultimo intervento della sessione, a cura di Alessio Ponzio, ha affrontato la storia dell’omosessualità maschile in Italia, della prostituzione ‒ definita “Scandalous practices” ‒ e della cittadinanza queer tra la fine dell’Ottocento e gli anni Ottanta del Novecento. Ponzio si è concentrato sul paradosso della depenalizzazione dell’omosessualità, formalmente avvenuta nel 1889, ma accompagnata da una persistente stigmatizzazione sociale che rende il caso italiano peculiare nel contesto europeo. Il contributo ha analizzato le dimensioni culturali, mediche e mediatiche della repressione, ponendo in secondo piano l’aspetto giuridico. Il lavoro di Ponzio ha indagato il controllo della visibilità, i processi di medicalizzazione e il silenzio pubblico sull’omosessualità, sottolineando la continuità tra epoca fascista e repubblicana. Centrale è il ruolo della produzione discorsiva che, pur nella sua funzione repressiva, ha contribuito alla formazione di identità omosessuali e di pratiche di resistenza sfociate nell’attivismo degli anni Settanta. Questo passaggio segna l’emergere di una nuova idea di cittadinanza “queer”, fragile e incompleta. Ponzio ha concluso richiamando i vuoti storiografici ancora esistenti, l’importanza della storia orale e la persistente precarietà dei diritti LGBTQIA+ in Italia.

La seconda giornata di convegno, il 12 dicembre, si è aperta con la sessione Urbanism and Public Development in Italy, moderata da Claudia Baldoli. I tre interventi, rispettivamente di Francesco Bartolini (Università di Macerata), Catherine Ramsey-Portolano (University of Chicago) e Roberta Biasillo (Utrecht University), hanno indagato la costruzione dell’identità italiana attraverso le lenti dell’urbanistica, delle arti e della storia ambientale.

Francesco Bartolini ha riflettuto sul ruolo della città nel processo di nation building negli anni successivi all’unificazione, evidenziando il primato urbano, nonostante il carattere prevalentemente rurale del Regno. Il processo di monumentalizzazione delle città, segnato dall’assenza di uno stile nazionale condiviso, ha messo in luce il policentrismo del giovane Stato sabaudo in cui esposizioni cittadine e il rafforzamento del municipalismo, non sono stati altro che l’alimento per rivalità interne.

Catherine Ramsey-Portolano ha proposto una riflessione sull’autorappresentazione della borghesia italiana nel XIX secolo, con particolare attenzione alla letteratura, alle arti visive e all’opera. Attraverso la lente del processo di unificazione, l’intervento ha ricostruito il ruolo delle produzioni artistiche nella formazione della coscienza nazionale. Autori e artisti come Manzoni, Leopardi, Foscolo, Verdi e Hayez assumono una funzione centrale nella definizione dei concetti di patria e oppressione straniera. Spostandosi nel periodo postunitario, Ramsey-Portolano ha delineato una traiettoria parabolica dell’esperienza artistico-letteraria ottocentesca, in cui l’enfasi risorgimentale sfuma nella denuncia sociale di un’Italia povera e arretrata. In questa prospettiva, trovano posto le opere realiste di Verga, quelle dell’antiborghese movimento della Scapigliatura milanese, ma anche Pietro Mascagni e le esperienze dei Macchiaioli.

L’intervento di Roberta Biasillo ha individuato nella storia ambientale italiana degli ultimi quarant’anni uno strumento cruciale per la ridefinizione della disciplina in un contesto segnato dalla crisi climatica. Attraverso tre assi analitici – l’interdisciplinarietà con le scienze sociali e l’ecologia politica, la riflessione sulla posizione etica e politica degli storici e il ruolo della memoria nel far emergere responsabilità legate allo sviluppo economico -, il contributo ha esplorato il rapporto tra storia ambientale ed heritage studies. Il concetto di “paesaggio memoriale dei disastri” viene illustrato attraverso casi emblematici come il Vajont, il Seveso, Casale Monferrato e Manfredonia. Biasillo si è soffermata, inoltre, sui movimenti italiani di giustizia ambientale, richiamando il concetto di working- environmentalism e discutendo esempi quali l’ILVA, il nucleare e la crisi dei rifiuti.

La sessione The economy and the Italian workers, presieduta da Marco Rota (Università degli Studi di Milano) si è focalizzata sulla questione del rapporto tra economia e manodopera, lavoro e crisi sociale.

Marco Manfredi (Università di Pisa) ed Elena Papadia (Università La Sapienza) hanno proposto una riflessione metodologica e storiografica sulle origini del socialismo italiano, con l’obiettivo di superare approcci centrati esclusivamente sulle differenze dottrinali tra anarchici, socialisti e sindacalisti. L’analisi ha messo in luce l’esistenza di un orizzonte simbolico condiviso, caratterizzato da pratiche, linguaggi emotivi e riferimenti al Risorgimento democratico. Particolare attenzione è stata dedicata al carattere rurale del socialismo italiano, profondamente influenzato dalle lotte contadine e da una concezione del conflitto sociale intesa come opposizione tra oppressi e oppressori. In questo contesto, il Partito socialista e il movimento anarchico sviluppano forme di mobilitazione modellate sul mondo rurale, attingendo ad un lessico religioso e valorizzando modelli di leadership carismatica. Rilevante è, inoltre, il ruolo riconosciuto ai giovani intellettuali e ai migranti, coinvolti in processi di vigorosa politicizzazione, ma altresì nella circolazione transnazionale delle culture socialiste e anarchiche.

Emanuele Felice (IULM) ha affrontato il processo di industrializzazione e modernizzazione dell’economia italiana tra età giolittiana e miracolo economico, in una prospettiva di lungo periodo. L’evoluzione del PIL, affiancata da indicatori demografici e sociali, costituisce l’asse portante di un’analisi articolata in tre fasi: decollo giolittiano, stagione fascista (o autarchica), e il miracolo economico, caratterizzato da una crescita accelerata, con una svolta orientata verso consumi, salari e welfare. La proposta ha evidenziato il ruolo decisivo delle istituzioni economiche, dell’intervento pubblico e della capacità di inserimento nei mercati globali dell’Italia, senza trascurare l’adattamento tecnologico. Lo sviluppo italiano, infine, viene interpretato come il risultato dell’interazione tra apertura internazionale, continuità istituzionale e qualità della classe dirigente, valutata positivamente, soprattutto per l’età giolittiana e quella repubblicana.

A seguire, Marzia Maccaferri (Queen Mary University of London) ha presentato una proposta interpretativa sulla crisi italiana tra il 1991/92 e il 2022, definita come un fenomeno plurale e stratificato. Individuando una costellazione di crisi interconnesse, Maccaferri sostiene che, nel loro insieme, queste condizioni configurino una più ampia crisi nazionale e identitaria, segnata da fratture sociali persistenti, dall’assenza di memoria condivisa e dalla messa in discussione dei fondamenti antifascisti della Repubblica. Sul piano metodologico, l’intervento mira a storicizzare il discorso pubblico sulla “crisi italiana”, allontanandosi da letture presentiste o meramente descrittive. Il concetto di “policrisi” viene adottato come strumento analitico in grado di cogliere l’interazione tra temporalità differenti, discontinuità dei processi ed effetti cumulativi. Maccaferri, ha riconosciuto, tuttavia, i rischi di tale approccio, interrogandosi circa la possibilità di integrare una vasta letteratura senza appiattire la complessità storica delle trasformazioni politiche italiane.

La terza sessione della giornata si è aperta con un intervento di Claudia Baldoli che, in dialogo con Irene Piazzoni (Università degli Studi di Milano), ha presentato un’analisi di lungo periodo sulla storiografia sul fascismo. Prendendo le mosse dagli studi dei primi antifascisti ‒ come Piero Gobetti, Antonio Gramsci e Carlo Rosselli ‒, Baldoli ha evidenziato il carattere “a caldo” di queste  interpretazioni, sospese tra urgenza storica e analisi politica. Nel secondo dopoguerra il campo di analisi si amplia con lo studio della crisi dello Stato liberale, mentre dagli anni Sessanta si affermano prospettive culturali, di genere e coloniali, che descrivono il fascismo come fenomeno radicato nella società e nelle culture irrazionaliste del primo Novecento. La storiografia contemporanea, in dialogo costante con le interpretazioni precedenti da cui cerca di cogliere continuità e discontinuità, riflette sul ruolo del fascismo nella cultura politica italiana ed europea. Tuttavia restano aperti nodi centrali: il fascismo come fenomeno di massa, il rapporto tra consenso e violenza, nonché la funzione civile del suo studio nel presente.

Alice Gussoni (Università di Padova) ha presieduto l’ultima sessione del convegno in cui gli interventi di Suzanne Stewart-Steinberg (Brown University), Diana Garvin (University of Oregon) e Gianluca Fantoni si sono occupati di definire la costruzione dell’identità italiana per mezzo dell’architettura, del design e della memoria.

Stewart-Steinberg ha individuato un nesso profondo tra la costruzione del “soggetto fascista” e  il ruolo dell’architettura come dispositivo politico e sociale volto alla produzione di consenso. Pur negando l’esistenza di un canone architettonico fascista chiaro e coerente, l’autrice ne riconosce il contributo decisivo dato alla plasmazione di comportamenti e identità. Tra le correnti individuate, quella “vernacolare”, dunque maggiormente plastica e adattiva, risulta la più funzionale alla propaganda fascista. Un esempio è il caso della bonifica dell’Agro Pontino, che viene interpretato come laboratorio biopolitico e coloniale: un progetto di “bonifica integrale” il quale coinvolge territorio, architettura e popolazione secondo una logica gerarchica, seriale ed espandibile, in cui la famiglia costituisce l’unità fondamentale del nuovo ordine sociale.

Diana Garvin ha ricostruito la storia del Made in Italy come fucina culturale e produttiva, nata dall’intreccio tra territorio, industria e design. Fondato su distretti industriali, imprese familiari e una solida tradizione progettuale, il design italiano eleva l’artigianato a produzione moderna e seriale. La globalizzazione e il fenomeno dell’Italian sounding hanno, tuttavia, progressivamente eroso il legame tra marchio d’origine, territorio e maestranze. Garvin individua nel clima del triangolo industriale e in un sistema formativo di altissima qualità le condizioni per la nascita di una vera e propria “cultura del progetto”. Dall’autarchia fascista, che stimola soluzioni innovative e politicizza l’estetica della macchina, il design si orienta nel dopoguerra verso un mercato di ampio consumo, producendo i grandi modelli accessibili come la Vespa, la Lambretta, o le macchine Olivetti. Gli anni del boom costituiscono l’apice della proiezione internazionale del design italiano, che prosegue – fino alla consacrazione – negli anni Sessanta e Settanta. Nonostante le crisi successive, flessibilità, funzionalità, bellezza e adattabilità sono la cifra distintiva del successo, duraturo, del design italiano.

Gianluca Fantoni ha chiuso il convegno presentando una riflessione sul tema della memoria storica in Italia che perfettamente si inserisce nel filone dei memory studies, un campo di conflitto politico, spesso oggetto di usi e abusi da parte dei detentori del potere. Fantoni individua nel 1989 e nella fine annunciata della Guerra Fredda, un punto di svolta decisivo che inaugura una stagione di conflitti sulle memorie pubbliche. Attraverso l’analisi di tre casi studio emblematici ‒ la questione del confine orientale, le controversie circa la Brigata ebraica e il movimento neoborbonico ‒, l’intervento mostra dinamiche ricorrenti, quali la selezione arbitraria dei fatti, la decontestualizzazione storica e l’uso polemico del passato, con scopi identitari. In chiusura, Fantoni ha sottolineato come queste battaglie per la memoria riflettano la crisi del paradigma antifascista, e dunque rendano essenziale lo studio della storia contemporanea e del fascismo per comprendere appieno il presente.

Infine, le proposte sono state commentate e discusse tra gli autori presenti i quali, condividendo riflessioni critiche e costruttive, hanno contribuito a consolidare la struttura dell’Handbook, per una narrazione della storia d’Italia non convenzionale e alla portata di un più ampio pubblico internazionale.

Marco Colella