Il 3 febbraio 2026 si è tenuta la IV edizione della giornata seminariale Orizzonti storiografici. Libri sull’età contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Il tema dell’incontro di quest’anno è il colonialismo italiano, trattato attraverso l’analisi di numerosi volumi della più recente storiografia e il dibattito sugli argomenti da essi sviluppati.
Marco Soresina ha aperto la giornata riflettendo sui temi proposti nel volume collettaneo curato da Nicola Labanca: Una diversa narrazione del passato coloniale. Studi su Angelo del Boca, FrancoAngeli, Milano, 2024. In questa raccolta viene proposto uno sguardo panoramico delle ricerche di Del Boca sul colonialismo italiano pubblicate tra il 1976 e il 1988; in esse viene illustrato il depotenziamento del colonialismo italiano nel discorso pubblico mostrando non solo le realizzazioni del colonialismo dell’età liberale ma anche i numerosi insuccessi e le diffuse violenze poi continuate nel ventennio fascista. Tuttavia, nel tentativo di captare la versione africana, Del Boca prestò scarsa attenzione alle differenze etniche all’interno delle colonie stesse, prediligendo una narrazione in senso nazionale. Un altro aspetto innovativo rispetto alla storiografia di allora è l’analisi della storia coloniale dopo l’espulsione dell’Italia con la sconfitta del 1945, attraverso la persistenza di miti e desideri alimentati dai discorsi e dalla propaganda dei nostalgici dell’impero, anche nello schieramento antifascista. Del Boca fu quindi molto attento agli indirizzi relativi alla storia culturale, aprendo la via agli studi sulla cultura coloniale e sull’impatto dell’imperialismo sulla società dei colonizzatori.
I contributi di questo volume rivelano la persistenza della figura della razza e il continuo alimentarsi di una cultura di matrice coloniale. Ertola si focalizza sulla stampa popolare che contribuì a costruire l’immaginario coloniale, mentre Daniele Comberiati studia la letteratura coloniale e post-coloniale italiana, setacciando migrazioni e romanzi post-coloniali. Gaia Giuliani analizza la cosiddetta pornografia della sofferenza e l’ostensione del corpo razzializzato della vittima, divenuto una sorta di emblema della minaccia del sud del mondo che emigra nell’Occidente; Cristina Lombardi-Diop argomenta le contronarrazioni coloniali nelle memorie orali e nei romanzi, con particolare attenzione ai testi di Gabriella Ghermandi e Cristina Ubah Ali Farah, mettendo in luce la violenza dell’oppressione coloniale. In parziale controtendenza il saggio di Massimo Zaccaria che studia lo sviluppo di Asmara dal 1935 al 1941, il suo ruolo nei traffici commerciali dell’area e le comunità miste, facendo dialogare la dimensione locale con quella regionale. Questi saggi quindi si concentrano principalmente sull’analisi e sugli indirizzi di storia culturale; tuttavia, Soresina ha rilevato come la storiografia italiana abbia ancora molta strada da fare nello studio del funzionamento del lavoro schiavile nelle colonie, dello sfruttamento economico e ambientale, dell’impatto del capitalismo introdotto dagli italiani, tutti fattori che incisero grandemente sui tempi di vita degli individui, delle famiglie e dell’intera società.
Il volume Storia del colonialismo italiano: politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni, Carocci, Roma, 2024, di Valeria Deplano e Alessandro Pes, privilegia la storia culturale partendo dall’analisi di una vasta bibliografia che ricostruisce lo stato dell’arte degli studi nel settore. Lo sguardo è rivolto alle colonie africane e alle modalità con cui l’occupazione coloniale si è intrecciata con la storia d’Italia e ne ha determinato l’evoluzione. Gli autori offrono una panoramica dei rimpianti delle classi dirigenti italiane repubblicane, del mandato italiano in Somalia e dei suoi fallimenti, arrivando a trattare l’espulsione degli ultimi coloni italiani in Libia e le contese culturali e simboliche tipiche degli anni Settanta. L’analisi dei saggi riguarda l’impatto del colonialismo in Italia visto dalla prospettiva eurocentrica; in conclusione Soresina ha sottolineato la necessità di approfondire la storia delle colonie e degli indigeni tenendo maggior conto del loro vissuto.
Paolo Zanini nel secondo intervento ha esordito riportando il pensiero di Rufo Ruffo della Scaletta, membro di spicco del Partito Popolare Italiano e amico intimo di Luigi Sturzo, per illustrare i temi cardine toccati dai volumi di Giovanni Cavagnini (Una fede per l’Impero: cattolicesimo e colonialismo nell’Italia liberale (1882-1912), Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2023) ed Emanuele Ertola (Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia, Carocci, Roma, 2022). Nel discorso pronunciato a Torino nell’autunno 1923 al IV congresso del Partito Popolare, Ruffo rivendicò la proiezione coloniale e civilizzatrice italiana in Africa e nel Mediterraneo, sottolineando la necessità dell’Italia di dare sbocco all’esubero demografico e reperire le materie prime per l’industria nazionale. Un altro tema da lui toccato è la centralità del lavoro, indicata come tipica della colonizzazione proletaria italiana e contrapposta all’imperialismo predatorio anglo-francese. Il discorso è paradigmatico della progressiva adesione del cattolicesimo italiano alle retoriche coloniali; tra queste l’idea di missione civilizzatrice era profondamente ancorata a un passato greco-romano mitizzato e appoggiata da tutti i settori del parlamento, persino da alcuni socialisti.
Il libro di Cavagnini offre una panoramica sulla dialettica interna al cattolicesimo italiano tra il tardo Ottocento e il primo Novecento, con riferimento al preteso diverso atteggiamento di intransigenti e conciliatoristi rispetto all’espansione coloniale. L’autore ne ridimensiona la contrapposizione perché, sebbene questi due estremi rimasero ben divisi, le disfatte della prima colonizzazione saldarono il cattolicesimo italiano con la nazione e il nazionalismo. In occasione delle commemorazioni per i caduti delle disfatte di Dogali, dell’Amba Alagi e di Adua, le parole di molti sacerdoti rivelano il radicamento in gran parte del cattolicesimo italiano delle retoriche coloniali del sacrificio per la patria e della missione civilizzatrice; tutto questo nonostante il persistere della questione romana e i numerosi interventi della Santa Sede volti a moderare gli entusiasmi patriottici nelle celebrazioni.
L’autore traccia poi una geografia dell’entusiasmo dei cattolici verso l’espansionismo coloniale: si va dagli episcopati nazionali di Cremona e Piacenza, fautori del più esasperato nazionalismo, fino alle zone con un’adesione meno convinta come il Piemonte e il Mezzogiorno. Assisi è un caso particolare poiché il forte legame emerso tra l’uso di San Francesco e l’espansionismo coloniale negli anni la trasformò in uno dei laboratori privilegiati dell’immaginario nazional-cattolico e delle proiezioni imperiali fasciste nell’area mediterranea. Diversamente agì la Santa Sede, che si mosse a tutela dell’universalità del cristianesimo, evitando di sostenere apertamente gli interessi nazionali italiani. La più ferma opposizione all’espansionismo coloniale, almeno in questa prima fase coloniale conclusasi con la guerra italo-turca, venne dal clero e dall’episcopato veneto.
Il volume di Ertola colloca l’ideologia coloniale italiana all’interno del più ampio paradigma interpretativo del settler colonialism, concetto che rimarca lo stretto legame tra crescita demografica, spinta migratoria e colonizzazione. L’autore mostra come l’idea di favorire un vasto popolamento coloniale fosse stato non tanto un argomento a favore della colonizzazione ma proprio la radice ideologica del colonialismo italiano. L’insistenza retorica sulla colonizzazione agricola fu però disattesa dagli sviluppi pratici in tutti i possedimenti italiani; infatti i coloni contadini, sia piccoli proprietari che salariati, rimasero sempre una sparuta minoranza all’interno di una già modesta popolazione italiana. Viene anche rimarcata la lunga durata dell’ideologia coloniale e lo svilupparsi in Italia di una memoria vittimistica e nostalgica, una concezione distorta del proprio passato coloniale. La perdita delle colonie ha così permesso all’Italia di evitare i traumi della decolonizzazione, ostacolando ogni seria riflessione sul passato coloniale e sulle responsabilità dello stato italiano.
Nella successiva relazione, Francesca Massaro ha rimarcato la ricca fioritura delle ricerche sul colonialismo italiano degli ultimi decenni, dopo la tardiva decolonizzazione degli studi storici coloniali in Italia. Il volume curato daSimona Berhe e Olindo De Napoli, Citizens and Subjects of the Italian Colonies. Legal Constructions and Social Practices, 1882-1943, Routledge, 2022, raccoglie una serie di contributi incardinati sulle grandi tematiche della cittadinanza e della sudditanza. Nella prima parte viene dato un inquadramento teorico di questo binomio, enfatizzando le categorie e le pratiche della legislazione fascista nella costruzione del diritto di cittadinanza delle colonie. De Napoli esamina la categoria giuridica di sudditanza tra il 1882 e il 1909 in Eritrea, mentre Federico Cresti studia gli statuti libici varati nel 1919, soffermandosi sulla formale tutela dei diritti civili e politici della popolazione. Roberta Pergher getta uno sguardo più ampio sulla politica di cittadinanza dell’impero fascista nelle colonie e in Italia come misura più o meno manifesta di discriminazione; parallelamente Alessia Di Stefano riflette sul cosiddetto sistema delle differenze nella Libia del 1911-1920, basato sulla regolamentazione delle differenze in base ai diversi livelli di civilizzazione. Carlo Bersani approfondisce il funzionamento del Consiglio superiore coloniale nato nel 1923, nel suo apparato teorico e nelle pratiche dedicate; nei saggi di Filippo Espinoza e Giovanni Villari vengono analizzate le tipologie di cittadinanza che caratterizzavano le popolazioni del Dodecaneso e dell’Albania, dove il regime fascista creò una cittadinanza italiana minore, attraverso l’uso di una retorica che vedeva nella popolazione del Dodecaneso un’entità simile ma non uguale a quella della madrepatria, quindi ben distinta rispetto a quella vigente nelle altre colonie dell’impero.
Nella seconda parte del volume vengono approfondite le pratiche sociali adottate nelle colonie e il difficile rapporto tra colonizzato e colonizzatore. Simona Berhe scandaglia la frammentazione delle popolazioni libiche negli anni Venti; Valentina Fusari studia il ruolo degli orfanotrofi per bambini italo-eritrei, ma anche la segregazione vigente in Eritrea negli anni del dominio coloniale e nei successivi. Luca Castiglioni esamina il ruolo della retorica fascista nel costruire i diversi gradi di cittadinanza e assimilare la popolazione del Dodecaneso. Boris Adjemian getta luce sulla vita della comunità armena in Etiopia dopo la conquista italiana e sui variegati rapporti con i colonizzatori. In conclusione, Frederick Cooper evidenzia la reciproca influenza tra cittadinanza e sudditanza nella formazione dell’impero e della nazione, chiarendo come lo stato fascista abbia svuotato di significato le diverse categorie di cittadinanza nello sforzo di creare un legame tra individuo e stato, fatto di pochi diritti e nessuna libertà.
Massaro passa poi all’analisi del volume a cura di Antonio Morone, La fine del colonialismo italiano. Politica, società e memorie, Le Monnier, Firenze, 2019. Qui gli autori riflettono sul lungo corso del colonialismo italiano, analizzandone l’impatto sull’Italia contemporanea e sulla cultura nazionale dal 1945 agli anni Sessanta. Il primo gruppo di contributi illustra la nuova politica coloniale dell’Italia repubblicana tendente a prolungare il dominio italiano nelle ex colonie. Ci si concentra sulle manovre del governo volte a ostacolare i movimenti nazionalisti panarabi e progressisti; Tommaso Palmieri studia il caso delle ingerenze imperiali francesi nel Fezzan libico e i complicati rapporti con inglesi e italiani. Massimo Zaccaria, attraverso il caso studio della rivista “Africa”,analizza il processo di riscrittura del passato coloniale italiano in termini vittimistici e autoassolutori, mentre Mauro Mazza indaga i lasciti del diritto coloniale nella formazione del diritto delle ex-colonie. La politica neocoloniale dell’Italia e il radicamento nell’opinione pubblica italiana dei temi cari al colonialismo vengono analizzate da Morone attraverso le vicende del Corpo di sicurezza della Somalia e del contingente militare italiano che partecipò alla missione ONUC nell’ex Congo belga.
Nell’ultimo gruppo viene analizzato l’operato degli italiani nelle ex-colonie, interrogandosi sulle memorie e sull’eredità lasciata dal colonialismo italiano nei decenni del secondo dopoguerra. Ertola si dedica alla comunità italiana in Etiopia e ne mostra le divisioni interne; similmente Matteo Grilli svolge un’analisi comparata delle comunità italiane in Congo e Ghana negli anni dell’indipendenza, indagando anche i complessi rapporti con gli indigeni e gli altri dominatori europei. Gli ultimi due saggi si concentrano sull’Eritrea: Valentina Fusari si occupa del problema dell’acquisizione della cittadinanza italiana per gli italo-eritrei, mentre Sabrina Marchetti esamina la vicenda delle donne eritree arrivate a Roma come domestiche.
Irene Piazzoni ha concluso la mattinata discutendo i lavori di Francesco Casales e Gianmarco Mancosu che si occupano delle pratiche e dei processi culturali dell’epoca fascista. Le loro analisi insistono sulla produzione di romanzi coloniali e di filmati documentari destinati al pubblico della metropoli, ponendo al centro della ricerca il problema della cultura coloniale, dei suoi dispositivi comunicativi e dei suoi argomenti ricorrenti. L’approccio metodologico scelto dai due studiosi indaga in profondità i dispositivi e le componenti dei costrutti culturali, sfruttando la semiotica e la linguistica in un approccio multidisciplinare per la gestione di fonti complesse da maneggiare.
La monografia di Casales, Raccontare l’Oltremare. Storia del romanzo coloniale italiano (1913-1943), Le Monnier, Firenze, 2023, indaga il funzionamento del romanzo coloniale che tradusse e rappresentò nuovi modelli di italianità e bianchezza. L’autore inizialmente distingue i romanzi in base agli scrittori e agli editori, poi per genere letterario e pubblico. Individua nella guerra d’Etiopia una svolta poiché il dato esotico ed erotico, il fascino dell’Africa orientalizzata così fino a quel momento percepita, cedette il passo al racconto del militare e del colono, alla loro esperienza di civilizzazione delle terre selvagge. Casales evidenzia le funzioni del romanzo coloniale e riflette in particolare sulle invenzioni che operarono in sincronia per salvaguardare il dominio del maschio bianco all’interno della comunità emarginata della nazione. Sono romanzi con un intento dimostrativo, schematici nelle loro strutture narrative e sostenuti da una pedagogia colonialista, ma non mancano le eccezioni, che tuttavia condividono i cliché del genere, in cui gli autori contemplano opzioni diverse rispetto alle questioni poste dall’agenda coloniale.
Nel volume Vedere l’impero. L’Istituto Luce e il colonialismo fascista, Mimesis, Milano-Udine, 2022, Mancosu ricostruisce diacronicamente la politica fascista nel campo della cinematografia del soggetto coloniale per mezzo dell’istituto Luce. I filmati sono molto eterogenei nei contenuti, ma gli elementi più ricorrenti riguardano l’ambientazione africana e l’azione coloniale. La strategia dell’istituto Luce incarna il tentativo del regime di coordinare e monopolizzare la propaganda coloniale, configurando in modo più ferreo il dominio culturale coloniale e il discorso razzista attraverso la rilettura delle immagini prodotte in età liberale. L’autore sostiene che la macchina del consenso coloniale messa in piedi per la guerra d’Etiopia si è in realtà rivelata scoordinata e imperfetta, sul piano estetico e su quello comunicativo, producendo immagini semplicistiche o artefatte, che alternavano violenza, razzismo e autoesaltazione per una guerra preludio al secondo conflitto mondiale.
Sia nei romanzi che nei filmati emerge l’ambivalenza nel muoversi tra finzione e realtà, le rappresentazioni di tempo e spazio mettono in risalto la differenza tra la civiltà italiana e la natura africana. Questi prodotti sono un vero e proprio archivio delle pratiche che strutturavano i rapporti interrazziali, il mezzo con cui l’Africa e le colonie venivano reinventate a vantaggio dei colonizzatori. Il contrasto principale però è il tema trattato: da una parte i filmati mettono al centro le figure istituzionali e la modernità tecnologica; invece, nei romanzi domina il problema del meticciato che concerne sia la possibile assimilazione nel corpo razziale della nazione sia il pericolo per la razza italiana. Nel periodo repubblicano molte di queste tematiche coloniali hanno resistito al processo di depurazione dei filmati ma ancor di più nei romanzi dove non c’è stata alcuna rivalutazione, a conferma dell’insufficiente e mistificante elusione del discorso anticolonialista nell’Italia post-coloniale. Al termine Piazzoni ha sottolineato la possibilità di approfondire il contributo di questi prodotti alla creazione della cultura coloniale, alla diffusione e al radicamento dei motivi e dei miti della fabbrica del consenso colonialista, ma anche la peculiarità del caso nazionale in confronto alle altre esperienze coloniali europee.
Nella seduta pomeridiana, Massimo Baioni ha presentato i volumi di Teresa Colliva, Se non credete venite quaggiù. Gli immaginari contesi dell’Africa nell’Italia negli anni Sessanta, Viella, Roma, 2024 e di Beatrice Falcucci, L’impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane, Pacini, Pisa 2025. Entrambi i volumi nascono come tesi di dottorato adattate alla pubblicazione, e si concentrano sulla rappresentazione e circolazione tematica dell’universo coloniale italiano. Quello di Falcucci indaga un ampio arco temporale, muovendo dall’Italia unita sino a quella repubblicana, focalizzandosi sulle implicazioni politiche e culturali del fenomeno. Prospettiva adottata anche da Colliva, che ha concentrato la sua indagine sugli anni Sessanta, evidenziando i significati del mondo coloniale in rapporto alla cultura di massa.
Falcucci mette in primo piano una dimensione significativa dell’immaginario nazionale. Il libro riassume passaggi fondamentali e questioni rilevanti, sviluppando un’interpretazione che è solidamente ancorata alla documentazione e al dibattito storiografico. Dialogando con il volume L’Africa in vetrina. Storie di musei e esposizioni coloniali in Italia di Nicola Labanca (Paese TV, Pagus, 1992), Falcucci indaga non solo le collezioni coloniali, ma anche il ruolo delle università e dei curatori delle mostre. Di particolare rilevanza è l’attenzione dedicata ai molteplici approcci con cui affronta il tema, come quello de l’«Africa in giardino», legato alla storia della scienza. Riferendosi all’esperienza dei musei etnografici di Roma e Firenze, Falcucci vuole dimostrare come nell’Italia liberale si desiderasse soddisfare le aspettative della ricerca dell’esotico dei visitatori, sotto cui si celavano la necessità del controllo e l’esigenza di classificare i pezzi in esposizione. Baioni sottolinea come la disamina delle esposizioni coloniali torinesi e genovesi a ridosso della prima guerra mondiale sia il nesso con la seconda fase museale indagata dall’autrice, ovvero quella fascista. Infatti, la capacità del fascismo di penetrare nelle periferie dove l’idea del museo ottocentesco non era ancora arrivata, congiuntamente a un tentativo di modernizzazione, si attuò con la creazione di musei ospitanti i reperti delle colonie: l’espansione coloniale era presentata come fenomeno di lunga durata, come conseguenza “necessaria” di un Risorgimento inteso quale premessa di un’Italia imperiale. Difatti, i musei di antropologia ed etnografia erano atti a rafforzare la dimensione mediterranea e razzista dell’Italia dell’epoca. Tuttavia, tanto l’intento civilizzatore italiano quanto la rappresentazione di un colonialismo “buono” trovarono ancora larga eco nel discorso pubblico dell’Italia repubblicana.
Baioni riflette come il nesso fra i due libri sia proprio l’Italia uscita dal fascismo e tornata alla democrazia. Il volume di Colliva mostra l’intreccio tra la sopravvivenza di stereotipi e immagini ereditate dal passato e la loro contestazione da parte di movimenti politici e nuove generazioni cresciute nel contesto delle profonde trasformazioni degli anni Sessanta. Colliva si sofferma sui prodotti della cultura di massa, quali film, documentari, giornali. Il film-documentario «Africa Addio» di Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti testimonia la difficoltà di allontanarsi da una narrazione coloniale, pur essendo in bilico fra una rappresentazione di un continente primitivo e la critica alla società del benessere. L’autrice è attenta a catturare la critica della sinistra politica, così come a ricordarne la difficoltà a vedere l’anticolonialismo importante quanto l’antifascismo. Di particolare rilevanza è l’ultimo capitolo del saggio, che affronta un altro prodotto cinematografico degli anni Sessanta, ovvero «Alla scoperta dell’Africa» di Folco Quilici: il regista si occupa del tema con curiosità e spirito di scoperta, invitando a conoscere e contestualizzare, portando così il pubblico italiano a riflessioni più approfondite.
Dopo la relazione di Baioni, il seminario ha accolto una ricca discussione, alla quale hanno partecipato molti degli studiosi e delle studiose presenti. Cristina Fiamingo, docente di Storia e istituzioni dell’Africa presso Unimi, ha sottolineato come sia necessario un intreccio delle competenze e della metodologia delle discipline storiche e antropologiche per indagare nel miglior modo il passato coloniale. Su questa prospettiva, è stato anche l’intervento di Alessandro Pes, dell’Università degli Studi di Cagliari, che ha messo in luce anche come tutti i saggi presi in esame siano recenti, dimostrando l’attualità della tematica e legandola alla difficoltà nell’inclusione dell’altro che non si uniforma alla cultura nazionale. L’approccio culturale è dunque stimolo principale per approcciarsi storiograficamente al colonialismo. Sempre in relazione alle novità dell’approccio culturale dei libri presentati, Valeria Deplano, dell’Università degli Studi di Cagliari, ha esplicitato come questi studi mettano alla prova le convinzioni secondo cui il colonialismo italiano non abbia influenzato in modo particolare la storia d’Italia, diversamente da quelli inglese e francese.
La novità storiografica è altresì discussa da Massimo Zaccaria, dell’Università degli Studi di Pavia, che riprendendo concettualmente l’intervento di Fiamingo, si auspica un maggiore dialogo fra la contemporaneistica e l’africanistica, ad esempio concentrandosi sulla storia culturale nelle colonie, e nelle reciproche influenze. Sempre incentrandosi sull’approccio culturale fra popolazioni, Olindo de Napoli, dell’Università degli Studi di Napoli, ha focalizzato la propria attenzione sulla necessità di studiare l’interazione fra i capi locali e i colonizzatori, nella negoziazione della cittadinanza e nell’impiego all’interno dell’amministrazione coloniale. La necessità, dunque, di superare l’unilateralità nel dialogo interdisciplinare diventa preminente, anche nell’approccio linguistico alla questione coloniale, come ha ricordato Gianmarco Mancuso, dell’Università degli Studi di Macerata. Si sono allineati in tal senso anche Francesco Casales, dell’Università degli Studi di Pisa e di Emanuele Ertola, dell’Università degli Studi di Siena, che hanno ribadito la rivalutazione e l’affiorare di studi sui colonialismi minori, quali quello giapponese, e del modello del contadino-soldato romano, che si stanzia oltre il modello italiano.
L’ultima parte della discussione si è concentrata tanto sugli allestimenti museali, quanto sul rapporto fra il colonialismo e l’antifascismo e sulle future prospettive di ricerca.
Beatrice Falcucci, dell’Università degli Studi di Firenze, ha ricordato come la creazione di collezioni, anche locali, tragga sempre ispirazione da altri musei già esistenti, come è stato per il caso italiano del Museo del Congo Belga. Al contempo, tuttavia, viene sottolineato come sia difficile comprendere l’impatto sui pubblici degli allestimenti, non essendoci talvolta i registri. Caso che si differenzia è il Museo Coloniale di Roma, i cui registri possono essere utilizzati come fonte per indagare questo fenomeno.
Simona Berhe, dell’Università degli Studi di Firenze, ha accennato al rapporto tra antifascismo e anticolonialismo, ricordando come in L’antifascismo di fronte al colonialismo di Enzo Santarelli (in Angelo Del Boca Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1991) vi fosse un’assenza nella coscienza anticoloniale dell’antifascismo italiano. La comprensione di tale presupposto è per la relatrice fondante per studiare le ricerche di Del Boca, che già nella sua direzione dell’Istituto per la Storia della Resistenza di Piacenza voleva fare di questa connessione un campo di ricerca, così da raccontare anche una resistenza coloniale che si potesse ricollegare all’antifascismo. La lezione di Del Boca, dunque, per Berhe è stata sicuramente quella che il colonialismo italiano sia stato certamente una storia di occupazione ma anche di resistenze. Sul rapporto fra colonialismo e antifascismo ha insistito Paolo Zanini, ribadendo come la maggioranza dell’antifascismo rimase filocolonialista, dal momento che i partiti antifascisti rivendicarono sempre le colonie. Infatti, solamente dagli anni Sessanta il paradigma antifascista diventò anche antimperialista e si sottolinea come sia necessario studiare ulteriormente questo mutamento. Rispondendo a Zanini, Giovanni Cavagnini, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, ha dimostrato lo stretto rapporto fra clero cattolico e colonialismo, come già asseriva Luigi Ganapini in Il nazionalismo cattolico. I cattolici e la politica estera in Italia dal 1871 al 1914 (Laterza, Roma-Bari, 1969). Tuttavia, Cavagnini evidenzia come sia necessario comprendere se vi fosse una differenza fra diversi ordini religiosi nell’approccio al colonialismo, aspetto che necessariamente le future ricerche dovranno approfondire. Fra queste, nuovi spunti sono avanzati dalla fotografa Isabella Balena, autrice della fotografia usata per la locandina del convegno. Narrando infatti la storia dello scatto, inscindibile dall’esperienza personale e professionale di fotoreporter, ha spronato gli studiosi alla necessità di concentrarsi anche sul ruolo delle odierne missioni di pace.
Le conclusioni dell’intero seminario sono state di Nicola Labanca, il quale ha sottolineato come Orizzonti storiografici si conferma come un importante appuntamento storiografico, anche per l’attenzione al genere e per la presenza di giovani studiosi. Sebbene per Labanca la scelta dei volumi presentati non sia esaustiva delle proposte storiografiche, essa comunque verte su volumi innovativi pubblicati dal 2019 al 2025. Il pregio di questi saggi è pertanto quello di evidenziare le plurime prospettive più influenti di questo campo di studi. I volumi presentati, infatti, costituiscono un’occasione per guardare i propri tempi da più angolazioni, dalla storia politica a quella culturale del mondo cattolico, ai media e agli allestimenti museali. Ma a questo aspetto vanno sicuramente affiancate le novità storiografiche e di metodo che il dibattito ha suscitato in relazione ai saggi, la necessità di un nuovo approccio va declinata sicuramente nel rapporto innovativo fra soggetti: l’Italia e l’Africa si dovranno studiare una reciproca influenza e relazione, essendo un fenomeno a due attori storici. Per questo, sebbene i libri presentati prendano più in considerazione l’approccio italiano al colonialismo, non si può negare il corposo interesse che viene dedicato al rapporto fra l’Italia e l’Africa, frutto dell’impegno di una nuova generazione di studiosi, fecondo di prospettive e piste di ricerca da indagare.
Flavio Luigi Fortese, Nicolò Gilardi