Stefano Levati, Fuori le mura, La genesi dei cimiteri extraurbani nell’Italia napoleonica (1806-1814), Viella, 2024.

Stefano Levati è docente di Storia moderna e Storia culturale dell’età moderna presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi studi si focalizzano sui processi di trasformazione che hanno investito la società europea tra la crisi dell’ordine dell’Ancien Régime e l’affermazione dell’equilibrio politico post-napoleonico. In particolare, le sue ricerche esplorano le implicazioni culturali, sociali ed economiche di questo periodo di transizione, con un’attenzione specifica ai fenomeni di lunga durata e alle pratiche quotidiane.

In Fuori le mura. La genesi dei cimiteri extraurbani nell’Italia napoleonica (1806-1814), Levati concentra l’attenzione sul profondo mutamento delle pratiche funerarie introdotto dal regime napoleonico. Il cuore dell’analisi riguarda il passaggio dalla sepoltura ad sanctos alla fondazione di cimiteri esterni alle mura cittadine.

Il lavoro di Levati contribuisce a una corrente di studi che ha indagato la trasformazione delle rappresentazioni della morte e degli spazi funerari in età moderna e contemporanea. Questa direttrice di ricerca è stata sviluppata negli ultimi anni da diversi studiosi, tra cui Michel Vovelle, in La morte e l’Occidente (Laterza, 2000); Grazia Tomasi, che in Per salvare i viventi, le origini settecentesche del cimitero extraurbano (Il Mulino, 2001) ha studiato le riforme sanitarie e urbanistiche; e Gian Marco Vidor, che in Biografia di un cimitero italiano. La Certosa di Bologna (Il Mulino, 2012) ha analizzato la Certosa di Bologna come caso emblematico della trasformazione degli spazi funerari in età contemporanea.

Il volume è strutturato in quattro capitoli, organizzati secondo un percorso cronologico che accompagna il lettore dall’età dell’Ancien Régime fino all’età napoleonica. Levati ricostruisce dapprima le pratiche funerarie dell’età moderna, per poi soffermarsi sul caso italiano tra rivoluzione e repubblica; analizza quindi le modalità concrete di applicazione delle direttive napoleoniche e conclude con un bilancio complessivo dei risultati conseguiti dalla riforma cimiteriale.

Levati apre il volume con una ricostruzione delle pratiche funerarie vigenti durante l’età moderna e sull’evoluzione delle concezioni legate alla sepoltura tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. In un contesto urbano in rapida espansione demografica, l’uso di fosse collettive, note come fopponi in Italia, situate all’interno delle città, comportava gravi problemi igienico-sanitari. L’accumulo dei cadaveri e la frequente riapertura di queste fosse determinavano l’emissione di fumi nocivi per la salute pubblica. Tali criticità alimentarono un acceso dibattito, in una società sempre più sensibile ai discorsi scientifici e medici, circa l’opportunità di spostare i luoghi di sepoltura fuori dai centri abitati. L’imposizione di trasferire i cimiteri in aree extraurbane fu tuttavia accolta in modo disomogeneo, suscitando reazioni contrastanti a seconda dei contesti locali.

Per inquadrare l’origine del processo riformatore, richiama il caso francese, con la Déclaration royale del 1776, e sottolinea come essa sancisse un nuovo approccio alla gestione degli spazi funerari, fondato su motivazioni sanitarie e urbanistiche. Allo stesso tempo, egli colloca l’esperienza italiana nel più ampio scenario europeo, mostrando come l’espulsione dei gesuiti e l’affermazione di correnti gianseniste, soprattutto nei domini asburgici, favorissero una concezione del cimitero come spazio funzionale e laico. In questo quadro, Levati utilizza il progetto del cimitero di San Cataldo come esempio emblematico della ridefinizione moderna dello spazio funerario.

Un passaggio cruciale dell’analisi è dedicato all’Editto di Saint-Cloud del 1804, che, secondo Levati, rappresenta la vera svolta nel processo di regolamentazione delle sepolture. L’autore mette in rilievo come il provvedimento napoleonico non si limitasse a imporre criteri igienici e localizzativi, ma sancisse anche l’abolizione delle distinzioni sociali nello spazio cimiteriale, ridefinendo il rapporto tra vivi e morti in chiave laica e razionale. Da qui, mostra l’ampiezza della diffusione del modello francese in Europa e sottolinea il suo impatto sulla trasformazione simbolica del cimitero, ormai concepito come spazio neutro, organizzato dall’autorità civile e coerente con la sensibilità illuministica e post-rivoluzionaria.

L’autore dedica ampio spazio anche alle differenze territoriali nella ricezione delle riforme. Egli osserva come nelle regioni già interessate da riforme settecentesche, come la Lombardia asburgica, l’introduzione dei cimiteri suburbani fu relativamente meno traumatica, mentre in aree ancora legate a concezioni tradizionali del culto dei morti, come il Veneto e le Marche, la riforma generò reazioni di forte resistenza.

Un aspetto centrale dell’opera riguarda l’analisi dell’iter normativo e burocratico che regolava la costruzione dei nuovi cimiteri. I sindaci, coadiuvati dalle Delegazioni sanitarie municipali, erano incaricati dell’individuazione di un terreno idoneo, rispondente a criteri precisi: distanza dal centro abitato e dalle vie principali, buona ventilazione, assenza di infiltrazioni acquifere. L’operazione si rivelava particolarmente problematica nelle aree montane e rurali, dove la disponibilità di terra era scarsa e vincolata ad esigenze agricole. In caso di mancanza di terreni demaniali, era previsto l’acquisto o persino l’esproprio forzato. Una volta approvato il bilancio da parte delle autorità centrali, si dava inizio alla costruzione, che doveva comprendere un muro di cinta di almeno tre metri e rispettare una serie di prescrizioni igieniche e strutturali. Il collaudo finale e la successiva consacrazione del luogo conferivano al nuovo spazio cimiteriale una doppia legittimazione: amministrativa e religiosa.

La riforma, sottolinea Levati, non si esauriva nell’aspetto infrastrutturale. Essa implicava una ridefinizione del ruolo delle istituzioni ecclesiastiche e civili nella gestione del culto dei morti. L’abolizione delle sepolture nelle chiese era giustificata principalmente da motivazioni sanitarie, legate alla prevenzione delle epidemie e al miglioramento della salubrità pubblica. A tale fine, il governo intervenne profondamente anche sull’assetto dell’amministrazione sanitaria, strutturandola su tre livelli: un Magistrato Centrale di Sanità, Commissioni dipartimentali e Deputazioni sanitarie comunali. Il decreto del 5 settembre 1806 rese obbligatoria la costruzione di cimiteri esterni, rafforzando il controllo statale sulla sfera della morte, fino ad allora in larga misura gestita dal clero e dalle confraternite.

Ampio spazio è riservato anche alle resistenze. Levati ricostruisce le molteplici forme che esse assunsero – dall’inerzia burocratica al sabotaggio attivo – e ne indaga le motivazioni, che oscillavano tra ragioni economiche, culturali e religiose. Particolarmente efficace è la sua analisi del ruolo del clero e delle élite locali, che percepirono la riforma come una minaccia alla propria centralità simbolica e sociale.

L’autore evidenzia inoltre come i primi cimiteri napoleonici riflettessero una concezione illuministica della morte, intesa come fatto biologico da gestire razionalmente, in funzione della salute collettiva. Inizialmente privi di elementi decorativi, questi spazi erano pensati come luoghi funzionali alla decomposizione del corpo. Solo in un secondo momento, sotto la pressione dell’opinione pubblica e delle nuove sensibilità romantiche, i cimiteri iniziarono ad assumere un aspetto più monumentale, divenendo luoghi della memoria e della celebrazione della dignità individuale anche dopo la morte.

Nonostante le oggettive difficoltà legate alla frammentazione politica, alle condizioni economiche precarie e alle tensioni sociali che caratterizzavano la penisola italiana, i risultati conseguiti dalle amministrazioni locali in materia di riforma cimiteriale appaiono degni di nota. In confronto alla Francia, che beneficiava di una maggiore coesione territoriale e istituzionale, il contesto italiano mostrò una sorprendente capacità di recepire e applicare le direttive napoleoniche. Basti considerare che, fine dell’esperienza napoleonica, soltanto 5 delle 30 principali città francesi erano dotate di cimiteri conformi alle nuove disposizioni, a fronte di ben 24 città capoluogo nel Regno d’Italia che già avevano provveduto in tal senso.

Come fa notare l’autore in conclusione, nel corso dell’Ottocento, gli obiettivi sanitari e amministrativi promossi dal regime napoleonico – la campagna vaccinale e la riforma cimiteriale – furono accolti e proseguiti dagli Stati restaurati. Questi ultimi, pur distanziandosi ideologicamente dal progetto considerato troppo “rivoluzionario”, ne ereditarono parte dell’impianto operativo, riconoscendo nell’azione statale centralizzata e razionalizzatrice uno strumento efficace di governo del corpo sociale.

Infine, il volume offre una lettura articolata della riforma cimiteriale in età napoleonica, inserendola nel più ampio contesto della modernizzazione amministrativa e del controllo statale sulla società. Pur tra ostacoli e resistenze, essa produsse un cambiamento duraturo nella gestione degli spazi funerari e nel rapporto tra vivi e morti, segnando un momento di svolta nella cultura della sepoltura e nella percezione pubblica della morte.

Gabriele Binda