Scienziati italiani dalla Grande Guerra alla “pace”. I primi addetti scientifici e la nascita del CNR (1916-23)

Il 4 maggio 2026 si è tenuto l’ultimo incontro del ciclo di conferenze “Sguardi sulla storia contemporanea”, organizzato dal professor Mauro Elli dell’Università degli Studi di Milano, con la partecipazione di David Burigana, professore associato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Padova. Burigana ha svolto ampie ricerche sulle interconnessioni tra politica estera, sicurezza, scienza e tecnologia, dirigendo in particolare diversi progetti sulla storia della diplomazia spaziale.

La conferenza ha affrontato uno dei temi centrali della storia contemporanea: il rapporto tra scienza, tecnologia e potere politico. L’intervento non si è limitato a ricostruire una vicenda istituzionale compresa tra il 1916 e il 1923, ma ha cercato di mostrare come scienza e tecnologia si siano progressivamente affermate come strumenti fondamentali della politica nazionale e internazionale e della costruzione della potenza degli Stati. La prospettiva adottata intreccia storia della scienza, storia politica e storia delle relazioni internazionali, mostrando come gli sviluppi tecnologici non siano mai stati neutrali, bensì profondamente legati agli interessi strategici degli Stati.

Secondo Burigana, la Prima Guerra Mondiale rappresentò una vera cesura storica. Prima del conflitto, la cooperazione scientifica internazionale era già molto intensa, soprattutto in discipline come astronomia, matematica e fisica. Con la Grande Guerra, tuttavia, la scienza venne mobilitata direttamente per lo sforzo bellico. Gli scienziati non furono più soltanto studiosi o accademici, ma divennero consapevolmente consulenti strategici, progettisti di innovazioni militari e mediatori diplomatici. In questo contesto nacque la figura dell’addetto scientifico e si sviluppò il progetto che avrebbe portato, nel 1923, alla fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, epitome dell’intreccio tra sapere scientifico, diplomazia e politica.

Quando l’Italia entrò nel conflitto nella primavera del 1915, il clima culturale e politico era segnato da una forte propaganda interventista. Non furono, però, soltanto figure note di intellettuali come Gabriele D’Annunzio a sostenere l’intervento, ma anche gran parte della comunità scientifica italiana, che vedeva nella guerra un’occasione di affermazione nazionale. Nel contesto della mobilitazione, gli scienziati tedeschi avevano già firmato manifesti di sostegno all’Impero germanico, schierandosi apertamente a favore dello sforzo bellico del loro paese. Anche gli scienziati italiani, pur mantenendo importanti legami culturali con il mondo germanico, si orientarono quindi verso il sostegno del conflitto combattuto con gli alleati dell’Intesa.

La guerra dimostrò rapidamente che le nuove tecnologie fossero decisive per la sopravvivenza e il successo degli Stati moderni. L’aviazione, i carri armati, le telecomunicazioni, la radio, la crittografia e la fotografia aerea cambiarono completamente il modo di combattere. Da quel momento la ricerca scientifica non poté più essere presentata come un’attività separata dalla politica, ma divenne invece parte integrante delle strategie militari e diplomatiche dei governi.

In questo quadro, nel 1916, il governo italiano nominò i primi addetti scientifici della storia nazionale. Si trattò di una novità assoluta, perché per la prima volta gli scienziati venivano inseriti direttamente all’interno delle relazioni diplomatiche con i Paesi alleati. I tre principali addetti scientifici furono Federico Giordano a Parigi, Umberto Sbrogi a Londra e Giorgio Abetti negli Stati Uniti. Il loro compito non era puramente accademico: essi dovevano raccogliere informazioni tecnologiche, favorire la cooperazione scientifica, sostenere l’industria bellica italiana e creare reti internazionali utili alla politica nazionale. La diplomazia scientifica nacque quindi, almeno nel caso italiano, in un contesto di guerra e di competizione internazionale.

La figura centrale di questa vicenda è Vito Volterra. Volterra non fu soltanto uno dei più importanti matematici italiani del suo tempo, ma anche un uomo profondamente inserito nelle istituzioni del Regno. In qualità di senatore, comprese perfettamente il valore strategico della ricerca scientifica e il ruolo che essa poteva svolgere nello sviluppo politico ed economico del Paese. Per Volterra la scienza non era un sapere astratto, ma uno strumento di forza nazionale. Egli intuì che l’Italia aveva bisogno di coordinare la ricerca, investire nelle infrastrutture scientifiche e inserirsi stabilmente nelle reti internazionali degli scienziati.

Da questa visione nacque il progetto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, fondato nel 1923. Le informazioni relative a questo processo emergono chiaramente dalla corrispondenza di Volterra conservata presso l’Accademia dei Lincei, di cui era membro. È importante però sottolineare che il CNR non fu semplicemente un’invenzione italiana, ma il risultato di una più ampia circolazione internazionale di idee e modelli. Il riferimento principale proveniva dagli Stati Uniti, dove il presidente Woodrow Wilson si avvaleva della consulenza dello scienziato George Ellery Hale. Hale sosteneva che scienza e tecnologia dovessero diventare strumenti permanenti della politica internazionale e della cooperazione tra gli Stati alleati. Fu proprio Giorgio Abetti, durante la sua permanenza negli Stati Uniti come addetto scientifico, a trasmettere queste idee a Vito Volterra.

La figura di Giorgio Abetti, figlio dell’astronomo Antonio Abetti, è particolarmente significativa perché rappresenta il modello dello scienziato internazionale del Novecento. Formatosi nell’ambiente di Arcetri, nei pressi di Firenze, Abetti ebbe l’opportunità di visitare già nel 1908 i grandi osservatori astronomici americani creati da George Ellery Hale, tra cui il celebre osservatorio di Monte Wilson. Negli Stati Uniti vide affermarsi un nuovo modello di centro di ricerca: non più soltanto osservatori astronomici tradizionali, ma grandi strutture integrate con laboratori, biblioteche, strumenti tecnologici avanzati e reti di cooperazione internazionale. Abetti comprese immediatamente che il futuro della scienza moderna dipendeva dalla capacità di costruire connessioni internazionali e di condividere conoscenze e costose infrastrutture. Tornato in Italia, utilizzò quei contatti per sviluppare l’astrofisica italiana e creare ad Arcetri la prima Torre Solare italiana dedicata allo studio del Sole. È inoltre significativo che proprio Abetti, negli anni Cinquanta, incoraggiò Margherita Hack a recarsi negli Stati Uniti per completare la propria formazione. Questo dimostra la continuità storica di tali reti e il loro ruolo nel progresso della scienza italiana.

Questa trasformazione si inseriva all’interno di un cambiamento più ampio che riguardava l’evoluzione stessa dell’astronomia. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’astronomia classica, fondata sulla meccanica celeste, lasciò progressivamente spazio all’astrofisica e alla spettroscopia. Grazie allo studio della luce e delle emissioni spettrali, gli scienziati poterono iniziare a comprendere la composizione chimica, la temperatura e la struttura fisica delle stelle. L’Italia partecipò attivamente a questa rivoluzione grazie a figure come Pietro Tacchini, Giovanni Battista Donati e Angelo Secchi, che crearono reti internazionali di osservazione astronomica, promossero la nascita della spettroscopia moderna e parteciparono ad alcune missioni scientifiche in Spagna e Polonia.

A titolo di esempio, proprio all’interno di queste reti scientifiche nacque l’idea di organizzare, nel settembre 1870, una missione in Sicilia per osservare un’importante eclissi solare. Attraverso la documentazione conservata negli archivi di Brera e Napoli, il professor Burigana ha ricostruito l’organizzazione di una commissione incaricata di ottenere i finanziamenti necessari per sostenere un progetto particolarmente costoso. A Firenze, allora capitale d’Italia, venne deliberata la concessione di fondi necessari a consentire la prima riunione della Commissione dei direttori degli Osservatori di Milano, Padova, Napoli. Alla missione in Sicilia partecipò anche la Marina militare, a conferma del crescente interesse strategico attribuito alla ricerca scientifica. Da questa esperienza nacque la prima società di astrofisica al mondo, la Società degli spettroscopisti Italiani, aperta non soltanto agli studiosi italiani, ma alla comunità astronomica internazionale.

Queste reti scientifiche ebbero effetti anche sul piano industriale e politico. Le missioni astronomiche internazionali favorirono infatti lo sviluppo di imprese italiane specializzate nella produzione di strumenti ottici, come le Officine Galileo, che divennero uno dei simboli della tecnologia italiana del Novecento. La scienza produceva quindi non solo conoscenza, ma anche industria, prestigio internazionale e capacità economica.

Durante la guerra molti scienziati parteciparono direttamente allo sforzo bellico. Lo stesso Vito Volterra sperimentò applicazioni militari sui dirigibili, mentre il matematico Mauro Picone lavorò alla correzione delle tabelle di tiro dell’artiglieria italiana, introducendo calcoli avanzati relativi al vento, alla temperatura e alla pressione atmosferica. Anche Giorgio Abetti operò per l’esercito occupandosi di fotografia telescopica e ricognizione in montagna, per individuare gli obiettivi nemici in modo ravvicinato: in particolare gli venne affidato l’incarico di localizzare le postazioni austriache sulle Dolomiti. La guerra accelerò quindi enormemente il rapporto tra ricerca scientifica e applicazioni tecnologiche militari.

La riflessione proposta dal professor Burigana collega questa vicenda storica al concetto contemporaneo di “Science Diplomacy”, ossia l’uso della scienza come strumento diplomatico e geopolitico. Negli ultimi decenni questo termine è stato utilizzato soprattutto da organizzazioni come la Royal Society e l’American Association for the Advancement of Science per indicare il ruolo della cooperazione scientifica nella soluzione delle grandi sfide globali, come il cambiamento climatico o le crisi energetiche. Tuttavia, le recenti tensioni geopolitiche hanno riportato in primo piano una visione più tradizionale: la scienza e la tecnologia non sono soltanto strumenti di cooperazione, ma anche strumenti di competizione strategica tra gli Stati.

Da questo punto di vista emerge un elemento di continuità storica tra il periodo della Grande Guerra e il presente. Le dinamiche sviluppatesi tra il 1916 e il 1923 sono ancora visibili oggi nelle grandi sfide tecnologiche contemporanee, dalla microelettronica allo spazio. Gli Artemis Accords, promossi dagli Stati Uniti per il ritorno sulla Luna, rappresentano un esempio significativo di questa continuità. Dietro la retorica della cooperazione multilaterale si nasconde infatti una struttura fondata su accordi bilaterali guidati dagli Stati Uniti. Lo spazio è diventato oggi uno dei principali terreni della competizione geopolitica globale, piuttosto che la frontiera della cooperazione internazionale.

Nel suo intervento conclusivo, il professor Elli ha sottolineato come la vicenda dei primi addetti scientifici italiani e della nascita del CNR dimostrino come la storia della scienza non possa essere separata dalla storia politica. La Grande Guerra segna il momento in cui la ricerca entra definitivamente nella sfera della competizione internazionale e della costruzione della potenza degli Stati. Da allora la scienza non è più soltanto produzione di conoscenza, ma anche diplomazia, economia, tecnologia e sicurezza nazionale. La nascita del CNR, il ruolo di Vito Volterra, l’attività di Giorgio Abetti e dei primi addetti scientifici italiani mostrano come l’Italia abbia cercato di costruire la propria modernità attraverso la connessione tra sapere scientifico e proiezione internazionale. È proprio questa continuità storica a collegare il primo Novecento alle sfide del presente e a rendere ancora oggi fondamentale comprendere il rapporto tra scienza, politica e relazioni internazionali.

Marco Dell’Oro