Public Libraries in Ancient Rome, with 3D Reconstructions (Matthew Nicholls per i Colloquia Imagines 2025-26)

Ha aperto il ciclo dei Colloquia Imagines 2025-2026 del centro CLIO (Centre for Visual History) il professor Matthew Nicholls, Senior Tutor del St. John’s College dell’Università di Oxford, nonché Visiting Professor of Classics presso l’University of Reading. Studioso del mondo romano, il professor Nicholls è grande esperto del sistema librario e delle biblioteche nell’antica Roma. La sua lezione, accompagnata da affascinanti e preziose ricostruzioni digitali in 3D, ha approfondito il tema delle prime biblioteche “pubbliche” dell’Urbe. È stata tracciata una sintesi, efficace seppur concisa, della storia delle biblioteche nel mondo antico, con particolare attenzione al debito culturale che Roma contrasse nei confronti della civiltà greca, il quale investì pienamente anche il settore librario.

Le prime cospicue e preziose collezioni di libri giunsero a Roma in seguito alle conquiste nel mondo greco ed ellenistico: è il caso della biblioteca di Lucio Emilio Paolo, sottratta a Perseo, re di Macedonia, o di quella di Lucullo, proveniente dai beni di Mitridate, re del Ponto. I libri iniziarono così a rappresentare un segno distintivo di prestigio sociale e culturale. I testi dei classici greci – spesso difficili da reperire – entrarono a far parte delle collezioni private degli aristocratici romani; vennero letti, studiati e conosciuti. La disponibilità dei libri diventò un elemento di soft power: non solo per il valore materiale dei volumina, ma soprattutto per il contenuto che essi racchiudevano, dall’altissimo valore intellettuale.

Emblematica in questo senso fu proprio la biblioteca di Lucullo, che non si limitò a collezionare volumi per uso personale, ma ne permise la consultazione ad amici e conoscenti. Tale apertura, pur animata da finalità di ostentazione, contribuì alla circolazione del sapere e alla diffusione delle conoscenze.

Con l’ascesa al potere di Ottaviano Augusto, le biblioteche a Roma conobbero un periodo di grande fioritura e uscirono dai circoli privati aristocratici, acquistando una dimensione pubblica: in linea teorica tutti potevano frequentare questi luoghi. Tuttavia, è importante ricordare che la porzione di popolazione alfabetizzata – e realmente interessata alla lettura – restava assai ridotta e, di fatto, le collezione private dei libri restavano più utilizzate e frequentate.

La biblioteca pubblica divenne un ulteriore segno di potere e distinzione. La loro localizzazione era altamente simbolica: spesso si trovavano in luoghi centrali della città, in prossimità dei Fori, ed erano edifici monumentali, dalla forte carica visiva. Anche il mercato librario e le botteghe di copiatura dei testi più famosi erano situati in zone strategiche e centrali della città. Aulo Gellio (125-180 d.C.) attesta l’esistenza di ben 28 biblioteche pubbliche nella Roma del suo tempo, tra cui le più note nel Tempio della Pace, in quello della Libertas e sul Campidoglio. Molte di esse non sono documentate direttamente, rintracciate solo in rari casi dall’archeologia, ma se ne possono intuire l’esistenza da indizi indiretti.

A dettare l’esempio fu Augusto, che, con intento dichiaratamente autocelebrativo, fece costruire una grande biblioteca sul Palatino (Templum Augusti), accanto alla propria residenza. Si trattava di una precisa scelta di autorappresentazione, facente parte di una prassi già nota nel mondo antico. Le biblioteche, infatti, non servivano soltanto alla conservazione e alla diffusione della letteratura: costituivano strumenti di affermazione culturale e politica. In tutto l’impero, esse garantivano prestigio alle città che le ospitavano e ai cittadini che ne fruivano. I classici greci e latini – dalle opere teatrali agli scritti storici – erano fondamentali nella formazione degli oratori, politici, avvocati egiovani aristocratici. Al contempo, nel mondo greco, le biblioteche avevano anche un’importante funzione identitaria. È interessante notare come i libri venissero esibiti anche in pubblico, come testimoniano diverse attestazioni iconografiche: mostrare un libro significava ostentare conoscenza. Come attesta Petronio, ma non solo, persino i parvenus – i nuovi ricchi, spesso illetterati – iniziarono ad acquistare libri come status symbol, attratti non solo dalla rilevanza del contenuto, ma anche dall’alto valore economico legato alla loro produzione artigianale. A Roma si diffuse una vera e propria bibliofilia, in cui i ricchi concorrevano per possedere libri sempre più rari e pregiati, contribuendo ad aumentarne il prezzo.

Il libro, infatti, era un oggetto preziosissimo: lo ricorda bene l’esperienza di Galeno, celebre medico di Pergamo, il quale racconta di come la sua intera collezione libraria, descritta minuziosamente, venne distrutta in pochi istanti da un incendio. È un caso rarissimo quello della Villa dei Papiri di Ercolano, della quale si è conservata la piccola biblioteca privata. Grazie a sofisticate tecniche computerizzate è stato possibile recuperare parte del contenuto di quei testi, ma si tratta di casi eccezionali, scampati per miracolo a fenomeni molto comuni di smarrimento o distruzione.

Questa fragilità – che accomunava biblioteche pubbliche e private – coesisteva con l’idea, fortemente radicata in età imperiale, che il libro potesse garantire una forma di immortalità. Gli autori speravano che le proprie opere venissero conservate in luoghi magnifici, sotto la protezione di patroni influenti. Alcuni mecenati arrivarono perfino a farsi seppellire nelle biblioteche che avevano fatto costruire.

Le preziose ricostruzioni digitali mostrate sono state pienamente in grado di descrivere come erano costruite e organizzate le biblioteche pubbliche: esse seguivano un modello architettonico standardizzato, imponente e riconoscibile, caratterizzato da un ampio cortile, delimitato da un colonnato, sul quale si affacciavano più stanze. Imponenti statue decoravano gli interni, dedicate a divinità o patroni, spesso gli stessi imperatori. Vi erano alcuni spazi dedicati alle cerimonie e agli spettacoli, ma anche locali concepiti per la conversazione, lo studio e il confronto, in cui i libri erano racchiusi e ben conservati all’interno di depositi specializzati: alcune nicchie ospitavano armadi chiusi da spesse ante, con la funzione di custodire e proteggere i preziosi rotoli. Il tutto creava un unicum, il quale, seppur piuttosto esclusivo, assumeva le sembianze di un ambiente proto-universitario.

Le suddette biblioteche si differenziavano da quelle a dimensione privata, necessariamente più contenute.  Queste ultime peraltro uscirono anche dal contesto urbano, per diventare elementi presenti e caratterizzanti anche nelle tenute di campagna.

In conclusione, la biblioteca antica assumeva molteplici funzioni e incarnava diversi sentimenti: non era affatto un semplice progetto di vanità. Alla dimensione intellettuale – di trasmissione e condivisione del sapere – si affiancava una forte valenza politica e sociale. Le biblioteche rappresentavano un potere culturale: detenere, offrire e diffondere libri significava possedere influenza, ricchezza e, almeno in una certa misura, autentico potere.

Questo complesso e variegato insieme di elementi, secondo il professor Nicholls, va letto e interpretato come un vero e proprio “ecosistema dei libri” («a bibliocentric system»).

Riccardo Ruffini