Manfredi Alberti, Il lavoro in Italia. Un profilo storico dall’Unità ad oggi, Carocci, Roma, 2024

Manfredi Alberti è ricercatore di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni internazionali dell’Università di Palermo. Membro di svariate società di studi storici e di redazioni di riviste del settore, è autore di monografie e articoli di storia economica, storia del lavoro e storia della statistica, con un focus sullo studio della storia della disoccupazione nell’Italia contemporanea. Il lavoro in Italia si pone dunque in continuità con i consolidati interessi storiografici di Alberti, e si inserisce in un ambito di studi ampiamente frequentato, quello, appunto, della storia del lavoro dal dopo Unità ai giorni nostri.

Alberti propone al lettore una visione articolata in merito alle caratteristiche e ai mutamenti che il lavoro ha conosciuto dall’Unità ai giorni nostri: difatti, l’opera è arricchita da dati statistici, confronti tra scuole di pensiero economico e approfondimenti sull’occupazione femminile e sull’immigrazione. Va specificato che il “lavoro” considerato da Alberti è prettamente quello di «quella maggioranza di individui che vivono del proprio lavoro: i lavoratori salariati e i dipendenti, ma anche gli autonomi non distanti dai primi per status socioeconomico» (p.13); il ruolo di proprietari, dirigenti e imprenditori, viene prevalentemente considerato alla luce dei rapporti con la classe lavoratrice.

La divisione nei dieci capitoli segue un ordine fondamentalmente cronologico, dove il primo copre la fase postunitaria di estensione del capitalismo a tutto il paese. Alberti, in esso, descrive come sia stato il poco felice panorama lavorativo della penisola, caratterizzato da basse retribuzioni, sottoccupazione e disoccupazione, assenza di tutele, a portare alla creazione delle società di mutuo soccorso, antenate dei primi sindacati. L’autore descrive come le istanze di protezione sociale, inizialmente o minimamente accolte o direttamente represse, si sedimentarono gradualmente in quella parte più progressista della classe dirigente liberale, fino ad arrivare all’atteggiamento conciliante, in nome della pace sociale, che fu tipico dell’età giolittiana; viene difatti menzionato il Consiglio superiore del lavoro, organo istituito ad hoc per raccogliere le rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori.

Fase di arresto per il gradualismo riformista fu la Prima guerra mondiale, oggetto del terzo capitolo. Con il conflitto si vide da un lato il peggioramento delle condizioni di vita, dovuto ai rincari e alla “militarizzazione” del lavoro, ma dall’altro un ruolo più attivo dello stato in economia, il che portò alla collaborazione con le rappresentanze dei lavoratori. Nel periodo post-bellico si assistette ad un ritorno alla normativa riformista che, seppur pionieristica in certi casi, rimase spesso inapplicata.

Nel periodo fascista prebellico, oggetto del capitolo successivo, l’autore descrive un panorama di progressiva contrazione dei diritti dei lavoratori e dei salari reali, oltre al ritorno ad una politica economica di liberismo classico e austerità; questo nonostante il fascismo si promuovesse idealmente, in quanto “corporativista”, come un regime aperto alle istanze dei lavoratori, che fu però incapace di rappresentare. Alberti evidenzia come fu proprio in questo periodo che vennero introdotte le novità produttive di stampo fordista-taylorista ed anche la figura del manager. L’inversione di rotta in senso statalista post-crisi del ’29 non portò a un’analoga svolta nel panorama lavorativo, dove la disoccupazione e i bassi salari continuavano ad essere la norma.

L’ingresso in guerra vide una mobilitazione economica meno efficiente rispetto a quella del ’15-’18, anche se, nota l’autore, ciò portò ad un significativo riassorbimento della disoccupazione, e al conseguente rafforzamento della posizione contrattuale dei lavoratori. Gli scioperi del ’43 misero a dura prova il regime, e costrinsero il CLN a mediare coi sindacati introducendo i Consigli di gestione, che rimarranno in attività anche dopo la fine della guerra.

Seguendo la periodizzazione della storia politica dell’Italia contemporanea, Alberti passa poi a descrivere la situazione dell’immediato secondo dopoguerra: la rottura del fronte antifascista affievolì anche le ambizioni di chi, tanto nel fronte social-comunista quanto in quello cattolico-sociale, intendeva spingere verso riforme più radicali; gli industriali ripresero gradualmente il controllo delle fabbriche, estromettendo gli organi di partecipazione operaia. Per evidenziare lo squallore del panorama lavorativo dell’Italia post-bellica, Alberti cita il rapporto del 1955 della Commissione d’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori in Italia, il quale restituì un quadro già noto: bassi salari, durezza delle condizioni lavorative e precarietà diffusa; le nuove tutele per la massa di operai non furono che marginali, anche a causa della rottura dell’unità del fronte sindacale. Il “boom” portò ad un abbassamento del tasso di disoccupazione, ma, nota l’autore, la crescita dei salari fu inferiore a quella della produttività, spostando la bilancia del reddito a favore delle imprese.

Il decennio ’68-’78 emerge in questo testo come il più intenso per le riforme in campo lavorativo: con la crescita del tasso di sindacalizzazione durante la nuova fase politica del centro-sinistra si sedimentarono le idee di lavoro garantito, di welfare universalistico e di maggior programmazione economica: l’introduzione dello Statuto dei lavoratori fu esempio di questo nuovo indirizzo, anche se da queste riforme fu estromesso il vasto mondo del precariato e del lavoro irregolare. Si tratta di una “spinta egualitaristica” che si esaurì gradualmente dopo la fase di “unità nazionale” post-omicidio Moro, con la progressiva erosione delle conquiste dei lavoratori, a cui Alberti dedica spazio nel capitolo 9. Flessibilizzazione del lavoro, decentramento produttivo e crescita dell’indice di Gini furono le caratteristiche della nuova fase delineata dall’autore, inquadrata cronologicamente tra anni ’90 e 2007. Viene evidenziato, inoltre, come negli stessi anni si assistette sia ad un rallentamento della crescita della produttività, imputato alla stagnazione salariale e all’eccessiva presenza di microimprese, sia ad un aumento del lavoro autonomo e della parcellizzazione dei contratti, che in molti casi contribuirono ad alimentare il precariato e la debolezza contrattuale.

Gli anni dalla crisi del 2008 ad oggi, oggetto dell’ultimo capitolo, seguono il poco felice solco descritto dall’autore, che rimarca come le ricette di austerità post-crisi abbiano depresso ulteriormente l’economia italiana, portando alla crescita della disoccupazione e ad un’ulteriore riduzione salariale reale. Furono anni di crescita di diseguaglianze generazionali, regionali e tra italiani e stranieri; ne soffrirono particolarmente i giovani, che andarono a rinfoltire le fila dei cosiddetti NEET. La pandemia di Covid-19 fu un ulteriore flagello, seppur lo stato di emergenza globale abbia consentito manovre di intervento pubblico macroeconomico, come il blocco dei licenziamenti e il Reddito di emergenza, che si andò ad aggiungere al Reddito di cittadinanza; viene sottolineato dall’autore, che cita il Rapporto annuale ISTAT del 2022, come questi strumenti di sostegno al reddito abbiano avuto un importante ruolo nel ridurre significativamente la quota di famiglie in povertà assoluta.

Nella conclusione l’autore volge uno sguardo al futuro, evidenziando come le strutturali problematiche economiche paiano delineare i contorni di una “nuova questione sociale”, caratterizzata da ampia disoccupazione, precarietà diffusa (soprattutto tra i lavoratori della logistica e della promozione commerciale telefonica), sfruttamento, stagnazione salariale combinata ad inflazione e problemi di rapporto tra impresa e conservazione ambientale. In questo, come mostra efficacemente Alberti, lo studio del lavoro e della sua evoluzione storica si palesa essere un punto di vista chiave, non solo per inquadrare la storia economica italiana o le varie e “altalenanti” politiche di protezione sociale dei lavoratori, ma anche le questioni sociali e di genere, come l’occupazione femminile e le migrazioni interne ed estere.

In sintesi, Il lavoro in Italia risulta essere un libro in cui il numero contenuto di pagine non riduce la complessità e la chiarezza del suo contenuto, che invece risulta molto ben organizzato e sviluppato anche grazie ad un lessico scorrevole e all’uso frequente di grafici e statistiche, che migliorano l’efficacia della trattazione. Dal testo emerge una maggiore attenzione dell’autore verso le visioni e le proposte di matrice eterodossa-keynesiana in politica economica, a cui è dedicato maggiore spazio rispetto a quelle liberiste; questo, però, non mina l’efficacia della sintesi sistematica che opera l’autore.

Simone Di Blasi