L’individualismo anarchico a Milano. Politica, editoria e arte agli inizi del XX secolo

Il 12 maggio 2026 presso l’Università degli Studi di Milano si è tenuto il seminario “L’individualismo anarchico a Milano. Politica, editoria e arte agli inizi del XX secolo”, organizzato dal Dipartimento di Studi Storici “Federico Chabod” e da APICE-Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale.

L’incontro ha delineato la fisionomia politica, culturale, editoriale e artistica dell’individualismo anarchico milanese a inizio ‘900, saldando le riflessioni propugnate dai testi classici del pensiero politico all’osservazione di circoscritte vicende biografiche, intellettuali ed editoriali.

Il professor Nicola Del Corno, dell’Università degli Studi di Milano, e la professoressa Roberta Cesena, dell’Università degli Studi di Milano e presidente di APICE,  hanno affiancato ai saluti istituzionali alcune brevi note di apertura. Del Corno ha introdotto i lavori menzionando l’importanza di Milano come capitale dell’individualismo anarchico, sia nei suoi tratti culturali che eversivi, come dimostrò l’episodio della strage del Diana del 23 marzo 1921. Luogo di fermento dell’anarchismo e dell’individualismo anarchico milanese era il Caffè Roma, ritratto nella fotografia della locandina dell’iniziativa. Il Caffè Roma non fu solamente il luogo di ritrovo degli anarchici milanesi, ma un centro nevralgico dell’inquieto attivismo e sovversivismo politico meneghino, ospitando i protagonisti di una politica a sé stante dai palazzi capitolini. La professoressa Cesana ha illustrato come la giornata seminariale si inserisca nelle iniziative di valorizzazione del fondo archivistico e librario dell’editore anarchico Giuseppe Monanni conservato presso APICE.

Con la mediazione di Lorenzo Pezzica, gli interventi sono stati aperti da Gianfranco Ragona, professore dell’Università degli Studi di Torino, con una relazione introduttiva dal titolo Il posto dell’individualismo nell’anarchismo classico. Ragona ha avviato il suo intervento analizzando la sentenza di condanna emessa nell’aprile del 2019 dal tribunale di Torino verso alcuni componenti della Federazione anarchica informale, tra cui Alfredo Cospito, e il relativo atto di accusa del 2017. Nei due documenti l’individualismo anarchico, e la sua distinzione dall’anarchismo sociale, ha avuto un posto di primo piano nella ricostruzione dei fatti e nelle argomentazioni della sentenza. In essi è stato istituito un legame tra individualismo anarchico, violenza, azione diretta e nichilismo, differenziandolo rispetto all’anarchismo classico di matrice costruttivista e sociale. I nessi e i distinguo individuati in sede giudiziaria sono, in ambito storiografico, questioni tuttora aperte.

Al contrario, il relatore ha ipotizzato come non esista anarchismo senza centralità dell’individuo e dell’individuale, sia da un punto di vista teorico che organizzativo. Il tema dell’individualismo e dell’individualità, nel pensiero anarchico classico, emerse in primo luogo nei testi Political Justice di William Godwin e L’unico e la sua proprietà di Max Stirner, pubblicati rispettivamente nel 1793 e nel 1844.

La posizione dell’individualismo nell’anarchismo si potrebbe cogliere rintracciando il deciso contributo che il pensiero anarchico ha recato alla modernità politica. Se questa si considera come epoca storica in cui le categorie di stato e di individuo sono le principali forme di relazione, lungo il suo corso il pensiero anarchico ha radicalizzato il processo di secolarizzazione moderna in nome dell’idea di libertà dell’individuo. L’anarchismo classico si è presentato come critica e trasformazione della modernità, in essa originato, e offre un linguaggio per superarla fondato sull’individuo in relazione agli altri. Partendo dalla dimensione individuale, l’anarchismo si propone di ricostruire un mondo di relazioni sociali e comunitarie, con un potere sociale diramato dal basso e non discendente. La concezione anarchica individualista di un io che esiste in virtù dei suoi rapporti con l’altro, si coglie dapprima in Stirner e in seguito nel pensiero di Gustav Landauer, che ha avanzato la visione di un io non autoriferito, ma attivo e comunitario. Nei due autori l’anarchia viene presentata quindi come la vita degli individui associati che hanno superato non solo l’oppressione dello stato, ma anche quella dell’io. L’individualismo è così un momento di passaggio necessario verso la comunità anarchica.

Il rapporto tra violenza e individualismo anarchico è stato il secondo tema brevemente trattato nella relazione. Tale dinamica emerse negli atti della propaganda del fatto a fine XIX secolo, originando una retorica di sovrapposizione tra anarchismo e violenza. Si trattava però di un individualismo dei mezzi e non di un individualismo legato a Stirner. Circa il nesso con la violenza, il pensiero politico di Sergey Nechayev può essere assunto a chiaro modello in cui la violenza si erge a principio totale e la rivoluzione viene isolata dalla morale e dall’umanità, tipicamente anarchiche, fino a uno stadio in cui l’individualismo si salda con il nichilismo. Al pensatore russo si distingue un individualismo etico e pacifista, come quello di Lev Tolstoj.

La lettura di una citazione di Sébastien Faure, in cui si afferma la centralità della coscienza individuale nell’anarchia come ideale sociale, realizzazione concreta e modus vivendi, è stata assunta come argomentazione conclusiva a sostegno della tesi secondo cui l’individualismo classico non possa che essere a base individualista.

Nella seconda relazione, intitolata Privato e politica nell’anarchismo milanese: Ettore Molinari e Nella Giacomelli, Elena Papadia, professoressa presso La Sapienza Università di Roma, si è concentrata sulle vicende biografiche del chimico e accademico Ettore Molinari e della maestra e giornalista Nella Giacomelli. I due anarco-individualisti, attivi soprattutto a Milano, furono tra i fondatori delle testate «Il Grido della Folla» nel 1902, «La protesta umana» nel 1906, e «Umanità Nova» nel 1920.

La relatrice ha rivolto la sua attenzione sulle diverse forme di relazione tra la dimensione della politica pubblica e la sfera privata interpersonale nell’anarchismo milanese. Attraverso gli esempi del direttore de «Il Grido della Folla», Giovanni Gavilli e del suo omologo Paolo Schicci de «La protesta umana», è emerso come la spinta distruttiva e irruenta degli ideali anarco-individualisti venisse frequentemente trasferita dal piano politico al piano privato delle relazioni interpersonali.

A differenza di Gavilli e Schicchi, i profili biografici e intellettuali di Molinari e Giacomelli vedono un diverso rapporto tra le due sfere, distinte ma intrecciate a partire da particolari tensioni esistenziali e valoriali. Gli apicali incarichi accademici ottenuti da Ettore Molinari nel primo lustro del ‘900, tra cui la cattedra di chimica all’Università Bocconi nel 1904, dimostrano la sua piena integrazione nella società e rispecchiano la distanza tra le due sfere. La carriera accademica e l’impegno politico si intrecciavano in una singolare coesistenza tra un’anima legata al positivismo scientifico e un’altra simbolo di un ribellismo romantico.  Un ulteriore elemento di ambiguità consta nel suo incarico come direttore chimico presso la Società italiana dei prodotti esplosivi durante gli anni della guerra, mentre l’ideologia politicamente anarchica, internazionalista e pacifista rimaneva invariata.

Nonostante questa apparente distanza tra privato e politica, sia nel caso di Molinari che di Nella Giacomelli, l’accesso alla militanza fu innescato dalla ribellione radicale nei confronti dell’ordine delle rispettive famiglie borghesi di provenienza, dinamica non rara negli ambienti dell’individualismo anarchico. Una ribellione nata sul terreno esistenziale e familiare indusse entrambi a una postura insofferente verso la dimensione politica organizzativa e di massa, sposando una maggiore propensione verso questioni legate alla morale, il costume, la concezione della famiglia e il rapporto tra i generi.

Maurizio Antonioli, ha identificato questi aspetti come i tratti peculiari dell’anarchismo individualista, corrente che, per motivi geografico-ambientali e per attitudini intrinseche, rispose alle esigenze dei due protagonisti della relazione.

Nella Giacomelli, nata a Lodi nel 1873, si formò in ambito sociale e professionale negli ambienti anarchici e socialisti delle maestre elementari, rientrando in quel fenomeno definito negli studi di Anna Rossi Doria delle “ragazze orfane di madre”. Esse erano giovani ragazze figlie di uomini colti che, attraverso l’istruzione e l’inseguimento del modello mitizzato del padre, tentavano la via dell’emancipazione. Come ha dimostrato emblematicamente il caso di Giacomelli, le giovani opponevano all’adorazione delle gesta paterne il rifiuto della madre, che, percepita come inferiore, non rappresentava alcun modello.

Dallo studio degli scritti della maestra anarchica, Papadia ha sottolineato come, nell’esperienza di Giacomelli, l’iniziazione politica fu un tentativo di rimanere fedele al defunto padre di fede garibaldina, mazziniana e con tendenze socialiste. L’acquisizione di un primo capitale culturale e politico servì in primo luogo per cercare di capire la figura di una madre, e della sua povertà, lontana dall’animo della figlia. A partire dalla vicinanza tra sentimenti e politica, l’anarchica nel corso della sua militanza e sulle pagine di «Umanità Nova» sosteneva l’idea che la politica poggiasse sulla morale e che solo una rigenerazione  morale ed etica potesse edificare un mondo più giusto e più libero, al contrario delle leggi del determinismo economico.

Nella successiva relazione “«Scorribande nel regno della fantasia»? Carlo Carrà e l’anarchismo milanese”, Virginia Magnaghi, ricercatrice post-dottorato presso la Biblioteca Hertziana-Istituto Max Planck, ha ricostruito le atmosfere e le interferenze artistiche che tra il 1909 e il 1912 si intercettano nei lavori di Carlo Carrà.

Nonostante gli studi abbiano tracciato un quadro d’insieme del legame tra Carrà e il mondo anarchico, dalle sue frequentazioni a Parigi e Londra tra il 1899 e il 1900 ai rapporti con la corrente individualista milanese nel primo decennio del secolo, è stata sottolineata la necessità di riconsiderare la vicenda con maggior prudenza. La pubblicazione dell’autobiografia di Carrà nel 1942 e la presenza di molti testi impregnati di aneddotica,  sono alcuni dei problemi storiografici considerati.

Attraverso un esercizio di carattere visivo e metodologico, la relatrice ha mostrato come potrebbe essere utilizzata la vicinanza tra Carrà e l’anarchismo per cogliere nuovi tratti di questo legame, senza sottovalutarlo e attribuendogli il giusto peso. L’analisi di una griglia di alcune grafiche firmate da Carrà, pubblicate tra il 1909 e il 1912 sulla stampa anarchica milanese, ha indagato le suggestioni, le modalità di formazione di Carrà e le interferenze tra le sue opere e le questioni artistiche del tempo. 

Le opere analizzate sono state la copertina del primo numero di «Sciarpa nera», pubblicato nell’aprile del 1909, l’immagine di Nietzsche presente sul numero de «La Rivolta» dell’1 novembre 1910, il logo editoriale della Libreria editrice sociale, l’immagine di Pietro Gori per la copertina de «La Rivolta» del 19 maggio 1911 e l’illustrazione in copertina del secondo numero del quindicinale anarchico fondato da Renzo Provinciali «La barricata» del maggio 1912, e inserita nella sua raccolta di poesie Perù: Dinamite. Voli. Vita mea, Parma, 1912.

L’insieme delle atmosfere artistiche evocate ha individuato l’influenza di un simbolismo tragico nei lavori su «Sciarpa nera» e «La Rivolta», della rivista fiorentina «Leonardo», insieme al divisionismo di Giuseppe Pellizza, nelle grafiche destinate al progetto editoriale di Rafanelli e Monanni, e di elementi liberty, talvolta preraffaeliti, nei lettering realizzati. Nel 1912, con la realizzazione dell’illustrazione de «La Barricata», si denota lo spostamento verso una nuova atmosfera di rivolta e di forza, in cui si concede la possibilità di coesistenza tra il piano formale e il piano contenutistico, tra cose rappresentate e la loro anima.

Il quadro dei fogli e delle grafiche raccolte ha messo in luce come la vicinanza all’anarchismo rappresentò un fermento attivo in grado di aprire una rivoluzione dei linguaggi, che traghettò Carlo Carrà dal simbolismo tragico del 1909 alle nuove forme de «La Barricata».  Le compresenze rintracciate consentono di definire l’anarchismo di Carrà non militante, quanto piuttosto intellettuale ed estetico.

Antonio Senta, dell’Università degli Studi di Bologna, nel suo intervento “Ugo Fedeli e le persistenze dell’individualismo anarchico”, ha ricostruito la militanza e il pensiero politico dello storico e archivista anarchico Ugo Fedeli. Il relatore, sulla scorta della sua attività di riorganizzazione dell’archivio di Ugo Fedeli presso l’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam e della pubblicazione del libro A testa alta! Ugo Fedeli e l’anarchismo internazionale (1911-1933), Zero in Condotta, 2012, si è concentrato sulle varie stagioni dell’attivismo politico di Fedeli, illustrando come ciascuna di esse sia stata connotata da una diversa concezione dell’individualismo.

Nato a Milano nel 1898, ebbe i suoi primi contatti con l’anarchismo grazie alla testata «La rivolta», diretta da Giuseppe Monanni. Nel corso  della stagione delle campagne anti militariste contro la guerra di Libia e con la fondazione dell’Unione sindacale milanese nel 1912, entrò a pieno titolo nel movimento anarchico. La ricchezza politica di Milano offrì a Fedeli la possibilità di frequentare la sede della Libreria editrice sociale, dove incontrò Carlo Molaschi, Mario Mantovani, Francesco Ghezzi e Pietro Bruzzi, maestri influenti per la sua formazione. In questa prima stagione militante l’individualismo era un contributo d’azione e protestatario.

Fedeli sviluppò il suo pensiero soprattutto sulla pagine de «Il Ribelle», giornale antimilitarista fondato da Molaschi nel 1915, in cui dominavano gli echi individualisti. Sulla testata anti-interventista comparvero sotto pseudonimo i primi articoli di Ugo Fedeli, dai quali emergeva l’influenza dell’individualismo di Molaschi e Monanni e l’influsso nietzscheano. Seguendo l’antimilitarismo di Monanni, nel 1917 il giovane anarchico seguì la via della diserzione in Svizzera, dove con altri anarchici milanesi realizzò alcune opere di sabotaggio contro la guerra. Nel 1919, tornato a Milano, partecipò in prima fila alle agitazioni del biennio rosso, per poi allontanarsi dal nichilismo e da Molaschi e fondare insieme a Bruzzi e Ghezzi «L’individualista», pubblicato dal febbraio 1921.

In seguito all’attentato del Diana del 23 marzo 1921, Ugo Fedeli, erroneamente ricercato, fu costretto alla fuga con Pietro Bruzzi verso Zurigo, Berlino e infine la Russia bolscevica, dove li raggiunse Ghezzi. Degli anni di nomadismo politico è stata ricordata l’esperienza della «La Lotta umana», pubblicato a Parigi insieme a Luigi Fabbri dal 1927. Dopo una serie di espulsioni ed estradizioni tra 1929 e 1933, che lo videro transitare a Montevideo, Ponza, Ventotene e Bucchianico, partecipò in seguito alla resistenza in Abruzzo, per rivestire infine il ruolo di segretario della Federazione Anarchica Italiana del secondo dopoguerra.

Secondo Senta, il pensiero e la militanza organizzatrice di Ugo Fedeli denotano una costante maturazione dell’individualismo iniziale e una perenne difesa del pluralismo. Se negli anni del soggiorno parigino e uruguayano la sua concezione dell’anarchismo lo portò allo studio di un orizzonte rivoluzionario, come si legge nei suoi scritti su «La lotta umana» e «Studi sociali», edito a Montevideo, negli anni precedenti alla morte del 1964 affermava con piena trasparenza di aver compiuto un pieno ritorno all’individualismo anarchico. Il tragitto intellettuale del milanese si concluse nel secondo dopoguerra con il riconoscimento, sulle pagine di «Umanità Nova», della piena centralità dell’individualismo nel pensiero anarchico contemporaneo. La sua attività intellettuale e militante è stata inoltre riconosciuta come un’incessante opera a livello coscienziale, per svegliare le coscienze e stimolare all’autoeducazione all’autoformazione.

In conclusione sono stati ricordati i lavori storiografici e biografici condotti da Fedeli soprattutto su anarchici non organizzatori, tra cui Émile Armand, Han Ryner, Giovanni Gavilli, Luigi Ciancavilla, Luigi Damiani e Luigi Galleani.

Il successivo intervento di Roberta Cesana, professoressa presso l’Università degli studi di Milano e presidente di APICE, reca il titolo Tra propaganda e individualismo. Il lavoro editoriale di Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni. Assumendo come punto di osservazione il lavoro editoriale, la relazione ha offerto un contributo alla presunta distinzione, o talvolta contrapposizione, tra propaganda e individualismo.

L’attività giornalistica ed editoriale di Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni, condivisa dal 1907 a Firenze, viene presentata come uno spazio operativo e un dispositivo di graduale costruzione di categorie teoriche, nonché il luogo in cui prese corpo la questione dell’individualismo.

A partire dalla prefazione che Rafanelli scrisse nel 1907 al testo di Armando Borghi Il nostro e altrui individualismo e dal conseguente intervento polemico di Monanni sulle pagine della rivista «Vir», pubblicata a Firenze dal 1907 e strettamente connessa alla Libreria editrice Rafanelli-Polli, il rapporto tra i due editori e l’individualismo si articolò sulle pagine della rivista in una forma dialogica e dialettica. «Vir» viene definita da Cesana come uno spazio di costruzione ed elaborazione del discorso sull’individualismo attraverso l’interazione tra posizioni diverse che convivono.

In «Sciarpa nera», pubblicata dal 1909, emerge la maturazione della postura individualista, in cui l’individualismo e l’esperienza anarchica tramutano in un linguaggio interiorizzato, che investe insieme il piano politico, esistenziale e stilistico, ossia in una dimensione vitale e in principio capace di orientare integralmente la vita individuale. La presenza di una biblioteca di pubblicazioni a fianco di «Sciarpa nera» mostra come il discorso sull’individualismo non resti confinato al piano teorico, bensì si concretizza nella diffusione e nella circolazione di un orizzonte di lettura e di pensiero. In questo senso «Sciarpa nera» rende esplicito il nesso tra produzione, lavoro editoriale e affermazione della sensibilità individualista.

Nel 1909 a Milano, con l’avvio delle operazioni editoriali della Libreria editrice sociale, proseguì il processo di costruzione di un discorso individualista, arricchito progressivamente sino all’introduzione nel contesto italiano di autori che articolavano l’individualismo sul piano della coscienza, tra cui le opere del francese Georges Palante. In questo frangente l’attività editoriale non era solo specchio delle loro posizioni teoriche, ma segnava anche la volontà di costruire uno spazio di formazione caratterizzato da una pluralità di nuovi e diversi riferimenti. In questo spazio le distinzioni tra autore, militante ed editore tendevano a sovrapporsi e a fondersi in una figura di dinamismo culturale attiva su più livelli.

Le dinamiche intellettuali e professionali ricostruite e i documenti visionati nell’intervento, hanno dimostrato come la propaganda sia stata per Leda Rafanelli un’esigenza intrinseca al pensiero, una forma di espressione istintiva attraverso cui le idee cercavano realizzazione e diffusione. La propaganda viene ricondotta a una dimensione personale ed etica, poiché il bisogno di scrivere è originato da soddisfazione morale col fine di difendere le proprie idee e rivolgersi anche ai pochi in grado di comprenderle.

In ultima istanza, la pratica propagandistica è stata circoscritta come inseparabile da una presa di posizione individuale. La distinzione tra propaganda e individualismo perde consistenza se osservata nel suo funzionamento concreto. L’editoria si configura allora come il luogo in cui queste dimensioni si intrecciano stabilmente, dando forma a un processo che non può essere ricondotto a una semplice opposizione, ma al contrario a una reciproca articolazione tra pensiero e pratica materiale.

Il contributo di David Bernardini, dell’Università degli studi di Milano, intitolato L’individualismo anarchico milanese davanti alla Prima guerra mondiale: la “Guerra sociale” e “Il Ribelle”, ha mostrato la cesura esercitata dalla Grande guerra nell’individualismo anarchico milanese. Tra l’ottobre del 1914 e il febbraio del 1915, la polemica sulla guerra portò da un lato all’emergere di un coagulo anarco-interventista e dall’altro di un gruppo di individualisti ostili alla guerra. I due gruppi si riunirono rispettivamente attorno  alle testate  «La Guerra sociale» e «Il Ribelle». L’intervento, focalizzato sul confronto tra le due testate, ha ribadito l’importanza del rapporto tra anarchismo e guerra come paradigma essenziale per l’analisi delle vicende anarchiche dei primi decenni del XX secolo.

Agli albori dell’interventismo anarchico è stata individuata la pubblicazione nell’ottobre del 1914 a Roma del numero unico de «La Sfida», che riunì il primo gruppo anarco-interventista attorno alla figura di Massimo Rocca. In risposta agli interventisti, il 24 ottobre 1914 a Milano, Carlo Molaschi pubblicò il primo numero de «Il Ribelle», di cui uscirono nove numeri fino alla metà di marzo del 1915. A fianco di Molaschi, si trovavano Carlo Malighetti, Amleto Calura, Enrico Arrigoni, Mario Mantovani, Aida Latini, Ugo Fedeli, Leda Rafanelli e Mario Mariani.  I fondatori de «La Sfida», nel febbraio del 1915,  diedero vita alla testata «La Guerra sociale», in cui i nomi più noti erano Rocca, Edoardo Malusardi, Maria Rygier e Oberdan Gigli.

Nel confronto tra le due testate, sono stati considerati gli eterogenei riferimenti culturali presenti sulle pagine del settimanale anarchico antibellicista. Nel giornale fondato da Molaschi spiccavano i riferimenti a Victor Hugo, Lev Tolstoj, Henrik Ibsen, Max Stirner e ovviamente anche a Friedrich Nietzsche, ai quali si affiancavano ampi stralci o articoli di Sébastien Faure, Émile Armand, Enrico Malatesta e di Luigi Galleani. Bernardini ha sottolineato come gli autori ospitati sulle pagine de «Il Ribelle» non rientrassero tutti nell’impostazione individualista, ma alle volte nella corrente organizzatrice e anti-organizzatrice, a dimostrazione di come le varie anime dell’anarchismo non vadano intese come compartimenti stagni, ma come ambienti permeabili. Sulle pagine antibelliciste si leggono come tematiche strutturali il rifiuto della guerra, la durissima polemica contro gli anarco-interventisti e la costante postura individualista, rafforzata dall’insofferenza di Molaschi verso la positività dell’azione delle masse. Nel febbraio del 1915 con l’Arresto di Molaschi e di Aida Latina, l’esperienza de «Il Ribelle» giunse al termine.

I sei numeri de «La guerra sociale»,  pubblicati dal 20 febbraio al 24 aprile del 1915, interpretavano la guerra come leva per scardinare il militarismo tedesco, il sistema di potenze europeo e la monarchia italiana. La retorica anarco-interventista si consolidò a partire dal mito della guerra come miccia rivoluzionaria, dalla polemica verso le tendenze teoriche dell’anarchismo, in nome della forza e dell’audacia, e dalla rappresentazione della guerra come rigenerazione. Nel settimanale interventista, l’anarchismo assumeva le vesti di una concezione astorica ed esistenziale e di un atteggiamento nei confronti della vita, tratto che, per certi versi, era condiviso anche dalle pagine del «Il Ribelle». La presenza di echi risorgimentali e irredentisti nella testata di Massimo Rocca, ha portato a dubitare dell’esistenza di una specificità ideologica dell’anarco-interventismo, dove l’apicalità dell’individuo apriva degli spiragli ai concetti collettivi di civiltà, umanità e patria.

Bernardini, confermando le tesi di Pier Carlo Masini, ha sottolineato l’impatto deflagrante degli effetti della Grande guerra sull’anarco-interventismo, i cui esponenti, oltre ai caduti in guerra, in maggioranza aderirono al fascismo. Diverso esito vide il percorso esistenziale di Attilio Paolinelli, che, dopo gli anni nel milieu anarco-interventista e la guerra, fondò gli Arditi del Popolo romani. Analogamente, il conflitto e le sue conseguenze condussero alcuni membri del gruppo de «Il Ribelle», soprattutto Molaschi, che approdò all’Unione anarchica italiana, ad allontanarsi progressivamente dall’individualismo anarchico e dalla concezione dell’azione individuale come sola via di salvezza dell’anarchismo.

Alla luce di quanto ricostruito, la Prima guerra mondiale, e soprattutto le sue conseguenze, è stata definita come uno scambio deviatore, come il primo passo verso la fine della stagione dell’individualismo anarchico milanese dei primi anni del ‘900.

Nella relazione conclusiva del seminario, dal titolo “«Io amo Caino». L’individualismo radicale di Bruno Filippi”, il professor Nicola Del Corno, dell’Università degli Studi di Milano, ha portato alla luce la traiettoria biografica e politica del giovane anarco-individualista Bruno Filippi. Il profilo radicale e irrequieto del giovane livornese d’origine, ha fornito un’ ulteriore attestazione del dinamismo politico e sovversivo dell’anarchismo individualista milanese.

Filippi, nato a Livorno nel 1900 e trasferitosi presto a Milano con la famiglia, appena quattordicenne entrò  a pieno titolo nella lotta politica milanese, sotto l’ala del Partito socialista. Nel maggio del 1915 venne a torto arrestato per la prima volta con l’accusa di correità nell’omicidio del giovane socialista Adriano Gadda, avvenuto in seno agli scontri del 13 maggio 1915 in Porta Venezia tra interventisti,  neutralisti e polizia. Nel corso degli interrogatori il giovane Filippi si definì individualista, poiché Spencer e Stirner erano i suoi autori preferiti. Con il rientro in libertà, nel gennaio del 1917 l’anarchico andò sempre più polarizzandosi su posizioni anarcoindividualiste e su una prospettiva elitaria fortemente polemica nei confronti della passività delle masse. In questi mesi, mentre proseguivano i fermi di polizia, iniziarono le prime collaborazioni con la testata «Il Libertario», mentre l’approdo a «Iconoclasta!» fu solo nel 1919. Dopo la chiamata alla armi nel marzo del 1918 e un ulteriore arresto nell’aprile del 1919, tra la fine del maggio e il settembre del 1919, Filippi si distinse tra gli esponenti più radicali nell’anarchismo milanese. In segreto Filippi organizzò un gruppo d’azione di cui fecero parte Giuseppe Mariani, futuro autore dell’attentato al Diana, Guido Villa, Aldo Perego, Elena Meli e Maria Zibardi, con lo scopo di preparare una serie di attentati dimostrativi. L’attentato al Caffè Biffi del 7 settembre 1919 costò la vita al giovane Bruno Filippi, il cui corpo rimase lacerato mentre si stava apprestando a collocare l’ordigno. Alcuni tra degli attentati dell’estate ribelle furono rivendicati in due articoli de «L’Iconoclasta!»: il primo uscito il 16 agosto e il secondo pubblicato postumo il 15 settembre. Il 24 ottobre del 1919 uscì un numero doppio del periodico interamente dedicato alla sua memoria, con gli interventi dei compagni Molaschi, Rafanelli, Bruzzi, Virgilio Gozzoli e, qualche giorno dopo, Renzo Novatore.

Gli articoli pubblicati su «Il Libertario» e «Iconoclasta!» e una serie di testi antologizzati in più occasioni, tra cui la prima raccolta I grandi iconoclasti. Scritti postumi di Bruno Filippi, a cura di Carlo Molaschi, Pistoia 1920, consentono di tracciare la fisionomia teorica e autoriale di Filippi. Negli scritti sono stati colti in prima istanza il suo concetto di anarchia e la sua visione dei rapporti tra individuo e massa.  Il suo anarchismo si distinse per una forte carica individualista, attorniata dal mito nietzschiano e da una profonda sfiducia nella massa. La distanza dalle masse lo portò a rifiutare ogni forma di moto rivoluzionario popolare e per converso a scegliere l’azione individuale. L’azione violenta era concepita da Filippi come compimento di una missione esistenziale, ad opera dell’anarchico egoista e predisposto talvolta al martirio.

L’intervento si è concluso con la ricostruzione dei rapporti tra Filippi e gli ambienti politici milanesi, ricordando la rottura con l’area socialista, i confronti polemici con il primo fascismo e i dissidi interni all’anarchismo milanese.  Tra questi sono state citate le accuse sulla postura individualista che subì da Renato Siglich sulle pagine de «L’avvenire anarchico» e l’estromissione imposta a Filippi da Pasquale Binazzi dal suo periodico «Il Libertario», dopo la pubblicazione di un articolo su «Cronaca libertaria» nel settembre del 1917 in cui, per la prima e unica volta, si contemplarono posizioni interventiste auspicando la trasformazione della guerra in una rivoluzione sociale. A sostegno di come la radicalità di Filippi fosse problematica nello stesso ambiente milanese, gli ultimi aspetti illustrati hanno delineato la figura di un militante che, seppur da esaminare alla luce della sua giovane età, offre tratti e sfaccettature tanto impetuose quanto articolate.

Nel corso del dibattito successivo alle relazioni, David Bernardini ha identificato tre nuove questioni inerenti al tema oggetto del seminario. Tra queste si è citata la possibilità di approfondire la centralità di Milano per l’individualismo anarchico in relazione alle caratteristiche della sua classe operaia, dalla quale molti individualisti provenivano, le attinenze e le distinzioni  tra individualismo e la corrente anti-organizzatrice e di identificare sotto una nuova luce la coesistenza di diverse forme di individualismo insite nella corrente stessa.

Alberto Pirota