L’ENI oltre la Cortina: le relazioni commerciali del Gruppo con il Blocco Orientale negli anni Settanta

Il 10 aprile 2026 si è tenuto il secondo incontro del ciclo di conferenze “Sguardi sulla storia contemporanea”, organizzato dal professor Mauro Elli dell’Università degli Studi di Milano. Ospite dell’incontro è stata la dottoressa Anna Maria Scognamiglio, dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano e, dal febbraio 2024, titolare di assegno presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Il suo intervento ha approfondito il tema delle relazioni energetiche tra Blocco Occidentale e Blocco Orientale durante la Guerra Fredda, con particolare attenzione al periodo compreso tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta.

Dopo un’introduzione del professor Elli, dedicata al ruolo strategico dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) nella storia economica italiana e internazionale – evidenziato anche dalla ricchezza del suo archivio storico di Castel Gandolfo -, la conferenza ha messo in luce come la questione energetica costituisca una chiave interpretativa privilegiata per comprendere l’intreccio tra politica interna, politica estera e sviluppo economico della Repubblica Italiana. In un contesto caratterizzato dalla scarsità di risorse energetiche nazionali, l’approvvigionamento dall’estero si configurava infatti come una necessità strutturale.

L’intervento di Scognamiglio si è concentrato su un aspetto peculiare della Guerra Fredda: la crescente intensità delle relazioni economiche ed energetiche tra i due blocchi, nonostante la persistente contrapposizione politica e ideologica. Tali relazioni non riguardavano esclusivamente la fornitura di risorse energetiche, ma coinvolgevano anche tecnologie, infrastrutture, investimenti e competenze, contribuendo alla costruzione di veri e propri sistemi energetici a crescente integrazione.

Attraverso l’analisi dei casi di Ungheria e Cecoslovacchia, è stato mostrato come, soprattutto negli anni Settanta, queste relazioni potessero talvolta prevalere sulle divisioni politiche. In un periodo segnato dagli shock petroliferi e da una crescente instabilità del sistema energetico globale, i paesi dell’Europa Occidentale cercarono di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, rivolgendosi anche all’Unione Sovietica e ai suoi alleati, nonostante le tensioni politiche e le difficoltà diplomatiche. In particolare, gli Stati Uniti tentarono di ostacolare tali aperture, scoraggiando il commercio tra i due blocchi.

Si aprì tuttavia una breccia nella cosiddetta “Cortina di Ferro”, soprattutto attraverso relazioni bilaterali di natura commerciale e creditizia tra singoli Stati. Questo tipo di relazioni si intensificò in particolare dopo il 1973, sebbene mutamenti significativi fossero già in atto negli anni precedenti, anche grazie all’uso consolidato delle infrastrutture di trasporto energetico. In generale, la bilancia commerciale tra i paesi europei dei due blocchi registrò una crescita significativa, pari a circa 10 miliardi di dollari tra il 1961 e la fine degli anni Sessanta. In questo stesso periodo furono scoperti importanti giacimenti di idrocarburi in Unione Sovietica, favorendo l’interesse di numerose imprese occidentali – non solo italiane – verso i mercati dell’Europa orientale.

Questo processo fu sostenuto sia da politiche governative occidentali volte a promuovere le esportazioni, sia dalla necessità dei paesi socialisti di acquisire tecnologie avanzate non disponibili internamente. Ne derivò un’intensa espansione degli scambi commerciali, spesso basati su forme di compensazione (countertrade), che prevedevano lo scambio di energia con beni strumentali, know-how e infrastrutture. Tra i principali beni esportati figuravano macchinari complessi – come macchine operatrici e motrici – sistemi di controllo, tecnologie di telemetria e competenze tecniche avanzate. Le imprese occidentali, tra cui l’ENI e le sue controllate, come Nuovo Pignone, svolsero un ruolo cruciale soprattutto nella progettazione e nella costruzione delle infrastrutture di trasporto energetico (downstream), distinguendosi dalle attività di esplorazione ed estrazione (upstream).

Queste dinamiche si costruivano attorno alla cosiddetta “Formula Mattei”, un modello innovativo di cooperazione che superava la tradizionale logica di subordinazione dei paesi produttori agli Stati occidentali. Essa si configurava piuttosto come una strategia di collaborazione diretta e reciproca, in cui l’ENI e i paesi produttori cooperavano nella gestione complessiva delle risorse: dall’estrazione allo stoccaggio, fino allo sviluppo delle infrastrutture lungo l’intera catena di approvvigionamento. Tale approccio, inizialmente sviluppato nei tradizionali mercati energetici del Medio Oriente e del Maghreb, venne progressivamente esteso anche ai paesi del Blocco Orientale. Esso favorì non solo scambi energetici, ma anche collaborazioni più ampie di natura industriale, scientifica e culturale. L’affidabilità tecnologica e la capacità di offrire soluzioni integrate – rafforzate anche dall’acquisizione di Nuovo Pignone – resero l’ENI un attore altamente competitivo a livello internazionale, talvolta percepito come problematico nel contesto delle dinamiche geopolitiche della Guerra fredda.

I due casi studio analizzati evidenziano dinamiche differenti. In Ungheria, dopo una fase iniziale di esitazione, si sviluppò una collaborazione significativa nella costruzione e gestione delle infrastrutture del gas, in particolare lungo il gasdotto Druzhba (“Fratellanza”), destinato al trasporto di gas naturale dai giacimenti sovietici verso l’Europa occidentale. In questo ambito, l’ENI fornì tecnologie per il trasporto del gas, come turbocompressori e compressori a motore, mentre la società Nuovo Pignone contribuì con sistemi di telemetria. Tuttavia, tali relazioni subirono un rallentamento alla fine del decennio. In Cecoslovacchia, invece, nonostante la crisi politica del 1968, i rapporti economici si intensificarono, culminando nella partecipazione italiana al progetto del gasdotto Transgas. Anche in questo caso, tuttavia, alla fine degli anni Settanta emersero limiti strutturali, legati sia a difficoltà operative sia alla crescente autonomia produttiva locale. Ungheria e Cecoslovacchia si collocano dunque tra i principali partner dell’Europa orientale con cui l’ENI sviluppò forme di cooperazione basate su scambi compensativi e progetti infrastrutturali.

Oltre ai documenti dell’ENI conservati presso l’Archivio storico di Castel Gandolfo, la ricerca di Scognamiglio si è avvalsa anche delle statistiche del commercio estero italiano. Queste evidenziano come l’export di macchinari verso la Cecoslovacchia abbia raggiunto un picco nei primi anni Settanta, per poi stabilizzarsi, mentre quello verso l’Ungheria aumentò significativamente nella seconda metà del decennio. Complessivamente, questa analisi mette in evidenza l’importanza, nello studio della storia dell’energia, di considerare non solo i paesi produttori, ma anche quelli di transito, che svolgono un ruolo cruciale nella configurazione delle reti energetiche.

Nelle conclusioni, Elli ha inserito tali dinamiche nel più ampio quadro della distensione, fase centrale della Guerra Fredda collocabile tra la seconda metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta. In Europa, essa si tradusse in una progressiva apertura economica tra i due blocchi, favorita dalla necessità di nuovi mercati e dalla trasformazione delle economie occidentali nel periodo successivo al boom del dopoguerra.

Tuttavia, queste relazioni restavano vincolate da accordi intergovernativi e da limiti strutturali, tra cui la carenza di valute convertibili nei paesi socialisti, che rendeva necessario il ricorso al credito e agli scambi compensativi.

Il sistema mostrò infine la propria fragilità tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando il mutamento del contesto economico internazionale — segnato dalla crisi del paradigma keynesiano, dall’aumento dei tassi di interesse e dalla contrazione del credito — rese insostenibile il modello di cooperazione instaurato. Ne derivò un ridimensionamento dei rapporti economici tra i due blocchi, segnando il fallimento di un progetto che aveva tentato di conciliare integrazione economica e divisione politica nel contesto della Guerra Fredda.

Marco Dell’Oro