La storia delle donne e di genere. Metodi e percorsi di ricerca

Il 13 aprile 2026, nell’ambito del ciclo di conferenze “Sguardi sulla storia contemporanea”, organizzato dal professor Mauro Elli (Università degli Studi di Milano), la professoressa Elisabetta Bini, docente di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II, ha tenuto una lezione di carattere metodologico e storiografico dedicata alla storia delle donne e alla storia di genere. L’intervento si è configurato come una riflessione ampia e articolata sulle origini, sugli sviluppi e sulle prospettive di un campo di studi che ha profondamente trasformato il modo di fare storia nel corso degli ultimi decenni del Novecento.

Storica con formazione iniziale nell’ambito degli studi americanistici, in particolare sulla storia del movimento femminista negli Stati Uniti, Elisabetta Bini ha sviluppato nel corso della sua carriera interessi di ricerca che spaziano dalla storia dell’energia e delle relazioni transatlantiche durante la Guerra Fredda alla storia delle donne e di genere. Questo percorso interdisciplinare le consente di affrontare il tema con una prospettiva ampia, che intreccia dimensioni politiche, sociali e culturali. L’intervento non si è limitato così a fornire una ricostruzione cronologica di questo ambito di studi, ma ha posto al centro una questione cruciale: in che modo le domande che rivolgiamo al passato sono influenzate dal presente e, a loro volta, contribuiscono a trasformare il sapere storico.

Il punto di partenza della riflessione riguarda la nascita degli studi sulla storia delle donne, strettamente connessa ai movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, noti come “seconda ondata” del femminismo. È in questo contesto che si sviluppa una nuova sensibilità storiografica, capace di porre domande inedite al passato.

Il legame tra attivismo politico e produzione storiografica è, in questa fase, particolarmente stretto. Le femministe di quegli anni non si limitano a rivendicare diritti nel presente, ma mettono in discussione le modalità stesse con cui il passato è stato raccontato: pongono interrogativi radicali alla storiografia tradizionale, denunciandone i limiti e le esclusioni. Come ha sottolineato la storica Carroll Smith-Rosenberg, se “il personale è politico”, allora è anche storico: ciò che è stato considerato marginale, le esperienze individuali, comprese quelle private, devono essere riconosciute come parte integrante dei processi storici.

Da questa prospettiva nasce l’esigenza di recuperare l’esperienza delle donne nel passato, che per lungo tempo era stata resa invisibile. La storiografia tradizionale, pur presentandosi come oggettiva e universale, aveva in realtà privilegiato un soggetto maschile, escludendo di fatto una parte fondamentale dell’umanità.

La prima fase della storia delle donne, definita “aggiuntiva”, si sviluppa dunque come un tentativo di colmare questa lacuna, rendendo visibili le donne nella narrazione storica. Non a caso, molti dei primi lavori insistono proprio sulla dimensione della visibilità, sottolineando come le donne fossero state “nascoste” dalla storia. I titoli di alcune opere fondamentali, come Hidden from History o Becoming Visible, esprimono chiaramente questa esigenza.

Tuttavia, già negli anni Settanta, le studiose comprendono che questa operazione, pur necessaria, non è sufficiente. Non basta aggiungere le donne a una narrazione preesistente: occorre mettere in discussione le categorie stesse attraverso cui il passato viene interpretato. La storia delle donne si configura così come un progetto più ambizioso, volto a trasformare il sapere storico nel suo complesso. Questo implica una revisione profonda di concetti fondamentali come classe, Stato e cittadinanza, interrogati a partire dall’esperienza femminile. In altre parole, le donne non devono essere semplicemente incluse nella storia, ma devono contribuire a ridefinirne i paradigmi.

Questa trasformazione si riflette anche nella scelta degli oggetti di studio. Temi tradizionalmente esclusi dalla ricerca storica, perché considerati appartenenti alla sfera privata o naturale, diventano centrali. Il lavoro domestico, ad esempio, viene analizzato come una dimensione fondamentale dell’economia e della società, mettendo in luce il suo carattere politico. Allo stesso modo, ambiti come la sessualità, il corpo, la famiglia, l’aborto e la prostituzione vengono storicizzati, sottraendoli alla presunta naturalità che li aveva resi invisibili. Fondamentale è anche la storia del voto.

Questo ampliamento del campo di indagine contribuisce a ridefinire i confini stessi della disciplina storica, rendendola più attenta alla complessità delle esperienze umane.

Nel corso della lezione, è stato inoltre sottolineato come sebbene la storia delle donne si sviluppi pienamente nel secondo Novecento, non sia un fenomeno completamente nuovo, ma si inserisca in una traiettoria più lunga. È un processo che caratterizza la storia europea sin dal Rinascimento. Già dal Cinquecento, infatti, alcune donne scrivevano opere di storia, spesso in ambiti come la vita religiosa o la cronaca di corte. Tuttavia, con la professionalizzazione della storia nel XIX secolo, queste figure vengono progressivamente escluse e la disciplina si struttura attorno a modelli che privilegiano la storia politica e diplomatica. In questo senso, la riflessione di Jane Austen, che nel 1791 ironizzava sulla noia di una storia fatta di guerre e figure maschili, in cui le donne erano assenti, risulta particolarmente significativa. La sua critica evidenza con lucidità i limiti di una storiografia centrata esclusivamente sulla politica e sulla diplomazia.

Un momento importante nello sviluppo di questo campo di studi è rappresentato dal periodo tra le due guerre mondiali, quando emergono le prime storiche professioniste, in particolare nel contesto britannico. Un ruolo fondamentale è svolto dalla London School of Economics, che favorisce l’accesso delle donne alla ricerca. In questo contesto si sviluppano studi sulla condizione femminile durante la rivoluzione industriale, evidenziando il loro ruolo e contributo fondamentale nei processi di industrializzazione. Si tratta di una storiografia fortemente legata alla storia sociale e caratterizzata da un impegno politico, che mira a dare voce alle classi subalterne.

La svolta decisiva avviene però negli anni Sessanta e Settanta, quando la storia delle donne si intreccia con la cosiddetta nuova storia sociale. In questo contesto, opere come The Making of the English Working Class di E. P. Thompson offrono strumenti metodologici fondamentali, permettendo di analizzare i processi storici dal punto di vista delle esperienze quotidiane e delle dinamiche sociali. Uno dei temi centrali diventa il rapporto tra capitalismo e patriarcato, e in particolare il modo in cui le strutture economiche e sociali contribuiscono a definire i ruoli di genere.

Un contributo particolarmente significativo al dibattito è offerto da Joan Kelly-Gadol, che mette in discussione le periodizzazioni tradizionali. Il suo celebre interrogativo – se il Rinascimento rappresentò un’epoca di progresso per gli uomini, lo stesso non vale per le donne, che videro restringersi i propri spazi di autonomia – evidenzia come i grandi momenti di trasformazione storica non siano necessariamente tali per tutti. Questo porta a riflettere sul carattere non universale delle categorie cronologiche, che dipendono dal punto di vista adottato.

A partire dalla fine degli anni Settanta, emerge la necessità di superare i limiti della storia delle donne attraverso l’introduzione della categoria di genere. Come definito da Joan W. Scott, il genere rappresenta uno strumento analitico fondamentale per comprendere le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile. Esso permette di superare il determinismo biologico e di analizzare i rapporti tra uomini e donne in termini relazionali, ossia uomini e donne non possono essere studiati separatamente, ma devono essere analizzati nel loro rapporto reciproco. Inoltre, il genere è strettamente legato al potere, costituisce uno dei principali ambiti attraverso cui il potere si organizza e si manifesta.

In questa prospettiva si inserisce anche il contributo di Natalie Zemon Davis, che sottolinea l’importanza di studiare insieme uomini e donne per comprendere il significato dei ruoli di genere nelle diverse società. L’obiettivo non è più soltanto ricostruire l’esperienza delle donne, ma analizzare i sistemi di genere nel loro complesso, mettendo in luce le loro funzioni sociali e politiche.

Uno degli sviluppi più interessanti della storia di genere è rappresentato dalla nascita degli studi sulla mascolinità. Storici come John Tosh e George Mosse hanno mostrato come anche l’identità maschile sia una costruzione storica, soggetta a trasformazioni nel tempo. In particolare, Mosse ha evidenziato come, tra Ottocento e Novecento, si affermi un modello di mascolinità borghese fondato sulla virilità, sull’autocontrollo e sul dominio, che raggiunge il suo apice nei regimi totalitari del Novecento, dove si intreccia con nazionalismo e militarismo.

Un aspetto particolarmente innovativo della storia di genere è la sua applicazione a campi tradizionalmente “maschili”, come la storia diplomatica. Studi sulla politica estera statunitense, ad esempio sulla guerra ispano-americana, hanno mostrato come le concezioni di mascolinità abbiano influenzato le decisioni politiche e militari, come nel caso della figura di Theodore Roosevelt. Questo dimostra come il genere non sia un ambito marginale, ma una categoria fondamentale per comprendere il funzionamento del potere.

In questo contesto, la crisi della mascolinità bianca borghese alla fine dell’Ottocento contribuisce a spiegare l’espansionismo americano, dimostrando l’utilità della categoria di genere anche nell’analisi delle relazioni internazionali.

La lezione è proseguita con alcune riflessioni di carattere più generale. Da un lato, è stato sottolineato come la storia delle donne sia ancora spesso trattata nei manuali come un’appendice, separata dalla narrazione principale, evidenziando una resistenza al cambiamento che caratterizza questa forma di trasmissione del sapere storico. Dall’altro lato, si è ribadito come l’origine militante di questi studi non ne comprometta il valore scientifico, ma anzi rappresenti uno stimolo fondamentale per rinnovare le domande e gli approcci della disciplina.

Infine, è stata affrontata la questione del dialogo tra la storia delle donne e di genere e altri approcci critici, come la storia postcoloniale e i Subaltern Studies. Questi filoni condividono la volontà di mettere in discussione l’eurocentrismo e l’universalismo della storiografia tradizionale, evidenziando l’importanza di categorie come razza, classe e genere. In questo senso, la storia di genere si inserisce in un più ampio processo di trasformazione del sapere storico, volto a renderlo più inclusivo e consapevole della propria dimensione costruita.

In conclusione, la lezione ha mostrato con chiarezza come la storia delle donne e di genere non rappresenti semplicemente un’aggiunta alla storiografia tradizionale, ma una prospettiva capace di ridefinirne profondamente i fondamenti. I relatori hanno invitato a ripensare il passato a partire da nuove domande, mettendo in discussione categorie e interpretazioni consolidate, e contribuendo così a una comprensione più articolata e critica della storia, realmente capace di includere la complessità delle esperienze umane.

Marco Dell’Oro