Galileo conteso. Da Napoleone a Giovanni Paolo II (20 novembre 2025)

Il 20 novembre 2025, presso l’Università degli Studi di Milano, si è tenuto l’incontro Galileo Conteso. Da Napoleone a Giovanni Paolo II. Organizzato dal professor Massimo Baioni, nell’ambito del suo corso di Comunicazione storica e usi pubblici del passato, l’incontro ha avuto come relatore principale il professore Massimo Bucciantini, già docente di Storia della scienza all’Università degli Studi di Siena, autore del volume Alla conquista di Galileo. Da Napoleone a Giovanni Paolo II, storia di una contesa (Einaudi, 2025). Hanno animato la discussione il professor Francesco Mores e la professoressa Giulia Giannini, entrambi docenti del Dipartimento di Studi Storici “Federico Chabod”.

Baioni ha ricordato come Bucciantini non sia soltanto uno tra i più autorevoli studiosi di Galileo: molti suoi lavori recenti riflettono una sensibilità storiografica attenta alle contaminazioni disciplinari, come dimostrano i volumi Campo dei fiori. Storia di un monumento maledetto, incentrato sul monumento a Giordano Bruno eretto a Roma nel 1889, e Un Galileo a Milano, un’analisi delle vicende della celebre opera di Bertold Brecht messa in scena al Piccolo Teatro.

Il volume di Bucciantini non è una biografia in senso classico, ma una ricostruzione di ampio respiro, fondata su materiali tratti da archivi pubblici e privati, sull’uso pubblico di Galileo lungo due secoli di storia, tra Francia e Italia. Nella sua esposizione, Bucciantini ha presentato Galileo come un personaggio su una scena teatrale che prende avvio alla fine del XVIII secolo e arriva al 2008. Il terminus ad quem è un anno molto importante, in quanto vede come protagonista Benedetto XVI, invitato a inaugurare l’anno accademico presso l’Università Sapienza di Roma. Il terminus a quo, invece, è l’anno 1764, anniversario dei 200 anni dalla nascita di Galilei; esso è definito dall’autore come un non compleanno, in quanto le fonti non menzionano alcuna celebrazione di tale evento a Pisa, città natale dello scienziato. L’elemento centrale del libro è il manoscritto originale del processo a Galileo, nascosto per due secoli nell’Archivio Segreto Vaticano, trafugato da Napoleone, perduto e poi ritrovato, riportato a Roma e, infine, pubblicato, seppur parzialmente, negli ultimi anni del XIX secolo. È un manoscritto originale, ma parziale, poiché non contiene l’abiura, né la condanna in originale, oltre a mancare di alcuni interrogatori. Su tale incartamento si è giocata una contesa politica e culturale di grande rilievo.

Il libro è diviso in tre sezioni, a cui segue un capitolo finale, intitolato Coda. In un primo momento, viene osservata la vicenda di Galileo come citoyen francese. Dopo il suo arrivo a Parigi, l’incartamento del processo a Galileo venne studiato allo scopo di rinvenire delle evidenze che corroborassero la tesi secondo la quale, durante le indagini, Galilei sarebbe stato sottoposto a tortura. La mancanza di testimonianze riguardo l’efferatezza del tribunale inquisitoriale non impedì che il tema di un Galileo emprisonné e sottoposto a umiliazioni, venisse utilizzato, dapprima, in funzione antigesuitica, da parte della fazione laica e anticlericale; quest’ultima era ben rappresentata dagli storici Michelet e Quinet nella lotta che li contrappose al ritorno nelle università di quell’esprit jésuitique che consideravano residuo di una cultura ormai morta. In un secondo momento, tale narrazione rese Galileo un vessillo della durissima battaglia culturale che ebbe luogo tra la fazione laica della cultura francese e quella cattolica: Galileo, scopritore della modernità, come lo definì Laplace, divenne un vero e proprio citoyen, in una narrazione che lo separava completamente dal suo contesto storico e trasformava la sua vicenda nell’immagine per eccellenza dell’umiliazione della ragione da parte della fede e dei dogmi cattolici.

Nella seconda sezione del libro, l’autore si concentra sull’Italia ed esplora il rapporto tra Galileo e il Risorgimento e poi l’Italia unita. Dall’immagine francese di un Galileo imprigionato e umiliato si passa a quella di un Galileo glorificato, di cui si riconoscono le scoperte, ma si tacciono la condanna e l’abiura. Se tale è la rappresentazione che ne viene fatta in occasione del primo Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Pisa nel 1839 per volontà del granduca di Toscana Leopoldo II, non va dimenticata la presenza di un Galileo di stampo popolare, il cui mito è strettamente legato a quello di Giordano Bruno e si veste di accenti laici e anticlericali.

Vi è, infine, una terza fase, novecentesca, incentrata sul tentativo della Chiesa cattolica di riappropriarsi della figura di Galilei. Dopo la stagione risorgimentale e anticlericale, si moltiplicarono gli sforzi per rappresentare Galileo come un fedele devoto. Egli divenne così l’archetipo dello scienziato cattolico, in un processo di acquisizione che avrebbe avuto i suoi momenti più compiuti in due discorsi pronunciati in mondovisione dal pontefice Giovanni Paolo II, nel 1979 e nel 1991.

Nel suo intervento, Giulia Giannini si sofferma sulla periodizzazione scelta da Bucciantini. Indica l’inizio della storia della conquista di Galileo nell’anno 1764, quando il barnabita Paolo Frisi ne realizzò un elogio che lo rese il simbolo della libertas philosophandi e ne diffuse la vicenda a livello europeo. Tuttavia, Giannini ricorda che al recupero dell’immagine di Galilei aveva lavorato quasi un secolo prima uno dei discepoli dello scienziato, Vincenzo Viviani che, tra il 1654 e il 1656, aveva redatto il Racconto Istorico della vita di Galileo, che sarebbe stato pubblicato postumo nel 1717. In tale opera l’autore aveva costruito il mito di un Galileo guidato solo dall’osservazione sperimentale, mantenendosi, tuttavia, in una cornice di ortodossia; egli non aveva taciuto la condanna, ma ne aveva individuato il compito provvidenziale, affinché lo scienziato potesse riconoscere il grave errore dell’adesione al copernicanesimo, mostrando così tutta la propria fallace umanità. Nel libro viene dimostrata la straordinaria persistenza della tesi di Viviani all’interno della fazione cattolica e apologetica; alla fine del XX secolo sarebbe stato lo stesso Giovanni Paolo II a riproporre una visione simile.

Tale osservazione permette a Bucciantini di approfondire un aspetto fondamentale legato alla scelta degli estremi cronologici privilegiati nella sua trattazione. Se l’opera di riabilitazione di Galileo compiuta da Viviani del Racconto istorico è apprezzabile, al tempo stesso essa non esce da una visione moderata, fondata su una strategia difensiva. La stessa natura caratterizza un’altra operazione compiuta da Viviani alla fine del XVII secolo, quale la trasformazione del palazzo dei Cartelloni, residenza di Galilei, nel primo monumento pubblico allo scienziato: anche in questo contesto si tratta di un Galileo acefalo, celebrato come il fondatore della scienza moderna e scopritore dei cieli, dalla cui vicenda, però, si espungono tutti gli aspetti conflittuali. Sarà invece Frisi, qualche decennio dopo, a mostrare quella che anche D’Alembert riconobbe come la vera anima di Galileo: egli era un combattente, che lottava per l’autonomia della scienza da ogni potere, religioso o politico. Fu proprio l’elogio di Frisi a consacrare Galileo agli onori internazionali; ripreso da D’Alembert, gli aprì la strada per diventare un citoyen francese.

L’intervento di Mores verte su un nodo biografico portato alla luce da una recente scoperta documentaria. Nella Coda viene citato Antonino Poppi, una figura di grande importanza. Mentre la Chiesa cattolica, tramite l’azione di Giovanni Paolo II, si riappropriava con forza della personalità di Galileo, Poppi rinveniva nell’Archivio di Stato di Venezia un incartamento relativo a una denuncia presentata contro lo scienziato nel 1604. In quell’anno, un suo impiegato si presentò spontaneamente presso gli uffici dell’Inquisizione di Padova e denunciò Galilei, accusandolo di non recarsi in chiesa, di non confessarsi e di vivere ereticamente. Tale avverbio pone un nodo biografico importantissimo, in quanto dimostra che il contrasto con la Chiesa cattolica era molto più antico e profondo di quanto si era fino a quel momento creduto. Inoltre, la scoperta documentaria minava alla base il tentativo di riappropriazione che proprio negli anni Novanta veniva portato avanti dalla Chiesa. Risulta evidente da questa vicenda l’importanza della documentazione che, lungi da essere semplicemente una fonte, è parte integrante dell’interpretazione; spesso, anzi, essa riemerge come sintomo della necessità di indagare dei nodi nascosti.

Un’altra vicenda in cui la documentazione archivistica emerge in modo determinante riguarda gli anni del Concilio Vaticano II. Il concilio fu teatro di uno scontro molto aspro tra i cardinali francesi e belgi, che premevano per una solenne riabilitazione di Galileo, e quelli italiani, che spingevano per una soluzione moderata e che, alla fine, ebbero la meglio. Nella costituzione pastorale Gaudium et spes, infatti, Galileo è citato solo indirettamente, in una breve nota a piè di pagina che fa riferimento a un testo di monsignor Pio Paschini, pubblicato l’anno precedente. Tale opera era stata commissionata all’autore nel 1940, in occasione del terzo centenario della morte dello scienziato. Il libro, passato sotto il vaglio del Sant’Uffizio, sarebbe stato dato alle stampe, postumo, solamente due decenni dopo, completamente modificato nel suo senso. Le cause di tale revisione furono molteplici: il testo, che venne definito un’opera apologetica a favore di Galileo, riservava un trattamento troppo duro ai gesuiti e, fatto ancora più grave, ignorava tutti gli studi cattolici compiuti sullo scienziato, ponendo le proprie basi unicamente sulla ricerca compiuta dal laico Favaro alla fine del XIX secolo con la sua Edizione Nazionale delle opere di Galilei.

La vicenda di Paschini, inoltre, permette di individuare un’altra chiave di lettura della vicenda narrata da Bucciantini, quale la dialettica tra punti di svolta e continuità. Il libro non vuole dare una visione monocorde della Chiesa cattolica, ma vuole rendere conto della complessità che è presente al suo interno e dei conflitti sotterranei che la attraversano. Il trattamento riservato all’opera di Paschini ne è un esempio lampante. Esso permette, per la somiglianze delle operazioni compiute, di introdurre la figura di Giovanni Prato. Abate e rosminiano, egli si occupò di tradurre in italiano l’opera di Gebler, Galileo Galilei und die Römische Curie: con grandissima perizia paleografica, Gebler aveva realizzato un’edizione estremamente fedele del testo dell’incartamento relativo al processo di Galileo. Durante l’opera di traduzione, Prato si appassionò alla vicenda galileiana, individuando numerosi parallelismi con quella di Rosmini; le censure subite da entrambi i personaggi finirono per divenire parte di un’unica narrazione, tanto che il caso di Rosmini iniziò ad essere avvertito come la riproposizione in chiave ottocentesca del caso di Galileo.

In questo intreccio emergono chiaramente non solo i punti di incontro tra tali avvicendamenti, ma anche la presenza di posizioni estremamente variegate all’interno della stessa compagine cattolica.

Il dialogo con il folto pubblico presente ha consentito di approfondire ulteriormente alcune questioni, dalle ragioni degli usi di Galileo da parte del regime fascista, alla riappropriazione da parte della Chiesa cattolica. Tale sviluppo si snodò lungo tutto il XX secolo, passando attraverso personalità di spicco come il cardinale Pietro Maffi e padre Agostino Gemelli, raggiungendo l’apice durante il pontificato di Giovanni Paolo II: con due discorsi pronunciati in mondovisione nel 1979 e nel 1991, il pontefice ribaltò il paradigma precedente e presentò lo scienziato non solo come uno studioso pio e devoto, ma come l’archetipo stesso dello scienziato cattolico.

Unita alla Giornata del Perdono del 12 marzo 2000, la strategia di Giovanni Paolo II e del suo successore, Benedetto XVI, rientrava nella presa di coscienza che, data l’importanza che la scienza aveva assunto per tutto il mondo culturale, la Chiesa cattolica non era tenuta a ostacolarla, ma a instaurare con essa un dialogo proficuo.

Se la riappropriazione della figura galileiana conservava i limiti di cui si è detto, addentrarsi in tale processo permette di rilevare che la posta in gioco era ancora più alta, poiché riguardava il secolare dibattito circa il rapporto tra fides e ratio. Se la posizione di Ratzinger e Wojtyla verte sull’affermazione dell’esistenza di un surplus donato all’intelligenza umana grazie al concorso della fede, il pensiero laico, che separa gli oggetti di fede e quelli di ragione, si colloca sul versante opposto.

La vicenda di Galileo mette in rilievo un nodo estremamente profondo. Non si tratta semplicemente di ripartire le colpe della Chiesa cattolica e quelle di Galileo, in un processo che Adriano Prosperi paragonò a una constatazione amichevole, ma di uno scontro tra un’idea di scienza, di ragione e di conoscibilità di Dio di derivazione tomista e una che le si contrappone.

I contrasti nati attorno a Galileo nell’ultima fase delineata dal testo di Bucciantini rivelano che quanto emerge attorno alla vicenda dello scienziato non riguarda semplicemente l’utilizzo della sua figura a scopi politici o culturali, ma concerne lo statuto stesso della conoscenza umana.

Elisabetta Ghezzi