Duccio Balestracci, L’Erodoto che guardava i maiali. E altre storie popolari 1300-1600, Bari,  Laterza, 2025

«Per chi ha voglia di raccontare la Storia, non è mai stato elaborato il cartello “divieto di accesso ai non autorizzati”, e allora eccoli qui i nostri autori di narrazioni». È con queste parole che l’autore introduce la sua opera e pone le basi per gli argomenti che vengono affrontati nel libro. Si può dunque fare una storia dal basso? Una storia fatta da registrazioni grezze, scritte male e poco curate; una storia prodotta da contadini, porcari, uomini poco istruiti e che vengono da classi non elevate. Questa storia è un semplice passatempo o una costruzione più ampia? A porsi tali quesiti è Duccio Balestracci. Lo storico è stato docente di Storia Medievale e Civiltà medievali presso l’Università degli Studi di Siena. Ha alle spalle una lunga produzione di opere di storia militare, celebre il suo Le armi, i cavalli, l’oro; ma anche di storia ambientale, storia della navigazione e storia sociale. Quello che egli evidenzia nell’opera è come dal Trecento inizi a comparire una serie di testi, opere e cronache scritti da uomini e donne semi-colti. Sono produzioni con finalità narrative e che trasudano di incursioni dialettali ed espressioni di vita quotidiana. Sono storie e non-storie: alcuni autori hanno la consapevolezza di star scrivendo qualcosa di più di semplici racconti episodici, altri no, tuttavia lo scopo è comune: una costruzione della memoria, di un’identità che parte dal racconto degli uomini nel tempo.

Il primo capitolo si apre con il racconto del conte Bindino Pannocchieschi – o così è considerato da alcuni eruditi del Cinquecento – perché in realtà è solo un porcaro. Nato a metà del Trecento, negli anni ’80 dello stesso secolo si trasferisce a Siena. È proprio in questa città che Bindino inizia a dettare al figlio Giovanni una cronaca che copre gli anni che vanno dal 1315 al 1417, quando il figlio del porcaro viene a mancare. Il racconto è peculiare e spesso contorto: non c’è punteggiatura, la sintassi mescola gergalità, parlato quotidiano e lingua dotta, inoltre molti nomi sono storpiati fino all’eccesso; Ladislao re di Napoli è chiamato Vinzillau, Anzilaus, Vincilau e in molti altri modi. Tuttavia, non mancano elementi che mostrano una certa cultura appresa: vi sono chiari richiami a Dante e alla Commedia, il testo è pieno di formule retoriche provenienti dalle ars dictandi e Bindino dimostra una notevole conoscenza degli avvenimenti politici locali e internazionali. Gli altri racconti del capitolo si differenziano per parentesi cronologiche e intenti. Bartolomeo da Firenze e Giovanni Antonio da Faie vivono entrambi nel XV secolo: il primo è un vinaio, mentre il secondo, dopo non poche peripezie di gioventù, diventa uno stimabile speziale. I loro racconti hanno lo scopo di essere vere e proprie autobiografie. Se Bartolomeo tralascia gli eventi politici per parlare di Firenze attraverso le feste e le cerimonie che la interessano, Giovanni riporta tutti gli episodi di storia locale che riguardano, o meglio, si abbattono sul popolino e su sé stesso. Anche la cronaca di Gaspare Nadi, nato nel 1418 e diventato architetto a Bologna, racconta gli avvenimenti del suo secolo; per circa 50 anni il suo Diario diventa una finestra sulla Bologna dei Bentivoglio. Il personaggio più interessante del capitolo è però Aurelio Scetti. Compositore e musicista, nel 1565 si macchia di uxoricidio e, dopo la grazia del granduca di Toscana, viene obbligato a servire sulle galee che sarebbero state impiegate nella battaglia di Lepanto. La sua opera è carica di termini marinareschi e la descrizione dello scontro navale occupa buona parte della narrazione.

Nel capitolo successivo l’autore presenta tre cronache di storia locale: quelle di Jacopo Manni, Girolamo de Magni e Giorgio Franchi. Le registrazioni del primo iniziano nel 1487 e continuano per circa mezzo secolo, fino al 1530. Si notano l’orgoglio per la comunità di Barga, a cui Jacopo appartiene, e la fedeltà alla città di Firenze. Tra eventi di storia locale, notizie biografiche e storia internazionale, a dominare il racconto è l’angoscia per gli eserciti che attraversano il piccolo borgo collinare. Girolamo nasce nel 1531 e inizia a tenere un diario sin dal 1549; pochi anni dopo, nel 1555, diventa pievano della comunità di Popiglio. Nei suoi racconti si alternano aspetti di ordinaria amministrazione patrimoniale ed eventi di storia “grande”, come la guerra di Siena o la morte del granduca Cosimo de’ Medici. La terza narrazione, quella di Giorgio Franchi, ha origine nel 1543, quando il prete inizia ad annotare gli eventi di Berceto. La produzione continua fino al 1557 e a dominarla è il racconto della rivolta antifiscale condotta dalla comunità locale contro la famiglia dei Rossi. Attraverso le lotte politiche e le guerre che interessano lo scacchiere internazionale e che rimangono di sfondo alla cronaca, Berceto e i suoi abitanti riescono a uscire vincitori nello scontro contro i propri signori.

Il terzo capitolo porta il noir nella Storia. La cronaca di suor Polissena ha origine quando, appena quindicenne, la giovane viene iniziata in monastero. È l’anno 1554 e l’opera, a differenza di altre del suo genere, si occupa ben poco delle quattro mura ecclesiastiche. Polissena è interessata alle vicissitudini più macabre: omicidi, congiure, stragi e racconti di mostri. Nella sua cronaca, mentre si è in pieno periodo post tridentino, lo spazio per il sacro è occupato dal profano. Simile è anche il racconto di Don Maurus, il quale vive nella piccola località di Andechs, mentre il resto della Germania viene devastato dalla guerra dei Trent’anni. La cronaca, che inizia a essere prodotta nel 1627, registra le catastrofi che si abbattano su Andechs: la peste, il maltempo e la conseguente carestia. Il passaggio degli eserciti annulla ogni schieramento: alleati e nemici portano in egual modo rovina e devastazione. Don Maurus racconta questi eventi come inevitabilità di una guerra sanguinosa; eppure la comunità reagisce, il prete riporta gli episodi di resistenza e rivolta dei contadini, del coraggio rurale contro le armate in campo.

Il capitolo finale introduce il tema della storia cantata: i canterini portano, tramite le proprie melodie, la storia in piazza, a disposizione del popolo. Sono quattro i canterini che l’autore presenta: Antonio Pucci, Pietro Cantarino, Pietro Matti e Giulio Cesare Croce. Il primo è un autore fiorentino del XIV secolo: narra la grandezza della città del giglio e il suo fervore si vede attraverso i racconti delle guerre e delle disfatte di Firenze. Il secondo, invece, celebra Siena e con sagace irriverenza si scaglia contro gli spergiuri che cambiano la casacca guelfa o ghibellina in base alla convenienza. Il secondo Pietro, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, canta della località di Chiusdino nel corso delle guerre d’Italia: tra saccheggi dei Turchi, attacchi dei Francesi e assedi degli Spagnoli, il piccolo borgo sopravvive e dopo la pace di Cateau-Cambrésis torna a prosperare. L’ultimo canterino realizza un breve poemetto in onore di Bologna; in una trentina di pagine racconta la storia della città dall’antichità fino alla nascita della celebre Università, simbolo della località felsinea, per poi terminare ricordando la ritrovata libertà comunale dopo le lotte tra Guelfi e Ghibellini.

La complessità del tema affrontato impedisce di dare risposte univoche ad alcuni quesiti che lo riguardano. Quelle presentate sono storie popolari? Quelle che vengono prodotte sono storie elaborate “dal” popolo, non “per” il popolo, dunque si potrebbe pensare che la risposta sia no. Tuttavia, queste storie sono anche il racconto di eventi – perlopiù calamità – che si abbattono sul popolo e che creano un insieme popolare. Nonostante l’impossibilità di rispondere a tali quesiti, data anche dalla complessità del tema delle classi più basse e della loro autocoscienza, l’opera si inserisce magistralmente in un percorso già fertile da alcuni decenni; quello della storia sociale. L’autore riflette sul concetto di agency da parte del popolo, soprattutto di origine rurale, e mostra l’enorme complessità di quella produzione “bassa” che ha un’immensa diffusione a partire dal Trecento, mostrando quelle riflessioni volte alla costruzione di identità parallele a quelle provenienti dall’alto.

Niccolò Fayer