Dalla Liberazione alla Ricostruzione: vent’anni di storia milanese negli archivi comunali

“Milano 1945-1964: dalla Liberazione alla Ricostruzione” è la nuova mostra realizzata presso Cittadella degli Archivi che racconta i vent’anni di storia che hanno ridisegnato il volto della città dopo la Seconda guerra mondiale.

Inaugurata lo scorso 12 ottobre dal direttore di Cittadella Prof. Francesco Martelli, docente di Archivistica Informatica presso l’Università degli Studi di Milano, dal Prof. Marco Cuzzi, docente di Storia Contemporanea, e con la collaborazione del capo archivista Dott. Alessandro Mignone. Questa è l’ultima mostra allestita dalla Cittadella degli Archivi nell’ambito del progetto avviato nel 2018 avente l’obiettivo di raccontare la storia della città attraverso i documenti conservati nell’archivio comunale. La mostra è promossa da “Milano è Memoria”, piattaforma del Comune di Milano che, in occasione dell’80° anniversario della Liberazione, ha organizzato e coordinato una serie di eventi e commemorazioni lungo tutto il 2025 per celebrare un anniversario così importante.

Il percorso espositivo inizia simbolicamente il 25 aprile 1945, giorno della liberazione di Milano, e termina il 1° novembre 1964, con l’inaugurazione della linea 1 della metropolitana, e non si limita a raccontare la fine della guerra e della dittatura, ma pone l’accento su ciò che da quelle macerie è sorto: la ricostruzione, materiale e morale, della città.

Nel corso del XX secolo Milano ha vissuto molteplici trasformazioni che hanno lasciato segni profondi nella società e nel tessuto urbano. All’inizio del secolo, insieme a Torino e a Genova, la città si affermò come polo industriale del paese, come testimoniato da eventi internazionali come l’Esposizione universale di Milano nel 1906. Nel periodo interbellico, Milano divenne teatro della nascita del fascismo: il 23 marzo 1919, in piazza San Sepolcro, Benito Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento, da cui nacque due anni dopo il Partito Nazionale Fascista.

Milano fu anche una delle città più colpite dai bombardamenti alleati: tra il gennaio e l’agosto 1943 la città subì ingenti danni causati dalle esplosioni, vennero infatti colpite le acciaierie Falck, gli stabilimenti Alfa Romeo, Magneti Marelli, Breda, Ansaldo e Pirelli. Gli attacchi non risparmiarono edifici civili, religiosi e soprattutto i luoghi della cultura come il Teatro della Scala, la Galleria Vittorio Emanuele II, il Duomo, la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco, la Basilica di Santa Maria alle Grazie – dove miracolosamente si salvò il cenacolo vinciano -, la Basilica di Sant’Ambrogio e l’ex Ospedale Maggiore, oggi sede della nostra Università.

Per i milanesi rimane indelebile il ricordo della strage di Gorla del 20 ottobre 1944, quando un ordigno sganciato da un bombardiere americano colpì la scuola elementare Francesco Crispi, provocando la morte di 184 bambini e di diversi membri del personale scolastico: oggi le giovani vittime sono ricordate come “i Piccoli martiri di Gorla”.

Durante la Seconda guerra mondiale, il 10 agosto 1944 Milano fu teatro della strage di Piazzale Loreto, quando quindici antifascisti furono fucilati per rappresaglia all’attentato di viale Abruzzi; diversi mesi più tardi, al Teatro Lirico – oggi Teatro Gaber – Mussolini pronunciò il suo ultimo discorso pubblico. Il successivo 25 aprile 1945, dai microfoni di Radio Milano Libertà, Sandro Pertini proclamò lo sciopero generale concludendo il proprio discorso con la famosa frase: «Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire». Quattro giorni dopo, il 29 aprile, i cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci, Achille Starace e di altri gerarchi fascisti vennero esposti in Piazzale Loreto.

La mostra si apre con la ricostruzione di una palizzata di legno idealmente posta in piazzale Loreto: su di essa trovano spazio, sopra i manifesti strappati della Repubblica Sociale Italiana, le prime pagine dei giornali dei giorni della Liberazione che raccontano l’avanzata degli Alleati, la cattura di Mussolini e l’inizio di una nuova stagione di libertà.

Con la Liberazione di Milano, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò come sindaco l’avvocato Antonio Greppi, socialista e membro delle brigate Matteotti. Il 7 aprile 1946 si tennero a Milano le prime elezioni amministrative libere, vinte dal PSIUP che raccolse oltre 225.000 voti, oltre il 36% dei consensi. Alla guida del Comune venne confermato Antonio Greppi con una maggioranza formata da socialisti, comunisti e democristiani, ovvero i tre partiti più votati dai milanesi.

Il successivo 2 giugno gli italiani furono chiamati ad esprimersi attraverso il voto sulla forma istituzionale dello Stato e per eleggere i membri dell’Assemblea costituente, dove Milano si schierò nettamente dalla parte dell’Italia repubblicana, progressista e socialdemocratica. Nel capoluogo lombardo la repubblica ottenne oltre il 67% dei voti e il PSIUP si riconfermò primo partito con il 34% dei voti. Grazie alle ricerche d’archivio, è stata realizzata un’autentica postazione elettorale degli anni Cinquanta, completa di cabina in legno, manifesti, urna e fac-simile delle schede del Referendum istituzionale.

Milano nel dopoguerra si distinse come un unicum a livello politico: in un’Italia divisa dallo scontro tra comunisti e democristiani, socialisti e socialdemocratici risultarono per molto tempo la forza politica più votata; vennero eletti sindaci come il già citato Antonio Greppi (1945-1951), Virgilio Ferrari (1951-1961), Gino Cassinis (1961-1964), Pietro Bucalossi (1964-1967), Aldo Aniasi (1967-1976), Carlo Tognoli (1976-1986) e Paolo Pillitteri (1986-1992). Bisognerà aspettare il 1993, dopo il rapido interregno dell’ex comunista Piero Borghini, con l’elezione del leghista Marco Formentini, per avere il primo sindaco di Milano non socialista.

Il nucleo centrale della mostra è dedicato alla ricostruzione della città. Nel 1948 fu elaborato il primo Piano Regolatore del dopoguerra, frutto del lavoro di una commissione composta dai più importanti architetti dell’epoca, tra cui Giovanni Muzio, Piero Portaluppi e Pier Luigi Nervi. L’obiettivo fu di mappare tutti gli edifici distrutti e sinistrati dai bombardamenti, per i quali era necessario l’abbattimento e la ricostruzione. Infatti, il centro dello spazio espositivo è dominato dal tavolato in legno dello Piano regolatore, ritrovato nelle casse originali destinate al Ministero dei Lavori Pubblici e riassemblato per l’occasione. In esso è possibile trovare anche alcuni dei progetti mai realizzati, come il Porto di Mare, una proposta di porto fluviale direttamente collegato al Po, di cui oggi ne resta traccia soltanto il nome di una fermata della metropolitana.

Sopra il tavolato del Piano regolatore sono stati posti dei totem che identificano gli edifici più iconici costruiti a Milano nel dopoguerra. Tra questi, è possibile visualizzare la Torre Breda, inizialmente conosciuta come Grattacielo di Milano, costruita tra il 1950 e il 1955 lungo viale della Repubblica, fu il primo progetto per la rinascita di Milano, nonché il primo edificio a superare l’altezza della Madonnina e ad inaugurare la tradizione milanese di porre una copia della statua sull’edificio più alto della città. Altri edifici iconici dello skyline milanese sono senza dubbio il Pirellone, inaugurato nel 1960 in Piazza Duca d’Aosta e la Torre Velasca, inaugurata nel 1961 in Piazza Missori. È iconica anche la cosiddetta Vela di Luigi Moretti, inaugurata nel 1955 in Corso Italia come edificio misto di appartamenti, uffici e negozi. Questi nuovi edifici e grattacieli, tuttora tra i più rappresentativi della città, contribuirono a rimettere in moto il cuore economico del paese nel secondo dopoguerra. Milano iniziò a svilupparsi in verticale, riprendendo lo slancio avviato negli anni Trenta con i primi grattacieli di Piazza San Babila e di Porta Venezia, così come il titolo della famosa opera di Umberto Boccioni “La città che sale” (1910), titolo anche dell’omonima installazione in Cittadella dedicata proprio al pittore futurista nel 2018.

La città dovette affrontare in maniera rapida il problema degli alloggi: gli edifici bombardati e l’immigrazione dal Sud che già iniziava a muoversi verso Milano, soprattutto dagli anni Cinquanta, avevano aggravato ulteriormente questa crisi. Diversi importanti esperimenti urbanistici riemergono dalle carte d’archivio: il primo riguarda il QT8 (Quartiere Triennale 8), nato in occasione dell’8° Triennale d’Arte di Milano del 1947, fu il primo progetto italiano di un quartiere popolare formato da edifici prefabbricati e poi assemblati in loco. Il secondo progetto è il quartiere Forlanini, costruito a partire dagli anni Sessanta e ideato come quartiere autonomo, dotato di edifici residenziali, scuole, negozi e servizi.

L’ultimo grande progetto raccontato nella mostra è l’inaugurazione della Linea 1 della Metropolitana. I primi progetti risalgono alla metà del XIX secolo, quando l’ingegnere Carlo Mira avviò uno studio preliminare per una linea metropolitana passante per i navigli di Milano, seguiti successivamente dai progetti mai realizzati in epoca fascista. Nel secondo dopoguerra l’interesse per la metropolitana a Milano crebbe nuovamente, così nel 1955 venne costituita la società Metropolitana Milanese per la costruzione e la gestione della nuova infrastruttura. Il progetto, finanziato dal comune e dai cittadini con 500 milioni di lire, venne collaudato nel 1962 e inaugurato il 1° novembre 1964: dopo 7 anni di lavori aprì la prima sezione da Lotto a Sesto Marelli.

La metropolitana, i nuovi quartieri, i grattacieli e tutti i progetti – realizzati e non – esposti nella mostra mettono in luce gli obiettivi politici della “socialdemocrazia meneghina”, ovvero costruire una città a misura d’uomo, capace di fornire abitazioni e servizi ai suoi cittadini e alle famiglie dei lavoratori che migrarono a Milano da ogni parte d’Italia. In questo modo è stato possibile conservare e valorizzare il passato, costruendo le basi della Milano moderna e cosmopolita che oggi conosciamo. La metropolitana rappresenta l’esempio più lampante di questa visione: un mezzo veloce e moderno per collegare l’hinterland al centro, per avvicinare le periferie e avvicinare due mondi che fino a quel momento erano rimasti separati, permettendo anche agli operai di vivere il boom economico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta non come meri consumatori, ma come cittadini della grande metropoli che si andava costruendo.

L’evento è ospitato presso la Cittadella degli Archivi, situata in via Gregorovius. Inaugurata nel 2013, è stata aperta al pubblico nel 2016 con l’obiettivo di raccogliere in un unico polo tutto il patrimonio documentale e archivistico del Comune di Milano. Qui si conserva oggi una straordinaria quantità di documenti: oltre 500.000 faldoni che coprono un arco cronologico dal 1802 a oggi. Cittadella dispone di un archivio meccanizzato con una capacità di oltre 40 km lineari di scaffalature, destinata a raggiungere i 190 km lineari con i lavori di ampliamento in corso, che lo renderanno il secondo archivio automatizzato più grande d’Europa.

Oltre alla sua funzione di polo archivistico, Cittadella svolge un ruolo culturale e formativo di primo piano in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, ospitando tirocini, visite e progetti di ricerca; dal 2020 è anche partner fondatore del Master in Digital Humanities.

Matteo Drago, Matteo Maffi, Lorenzo Mariani, Stefano Pallone