Beatrice Del Bo, Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo, Bologna, il Mulino, 2026

Sussiste ancora oggi l’errata idea che il Medioevo sia stata un’epoca buia, di declino e oscurità, connotata da un’arretratezza culturale, politica e materiale. Con queste premesse, ancora dure a morire, è inevitabile che anche la notte venga vista come momento di terrore e perdizione; eppure non è così, o almeno, non solo. Nel Medioevo la notte è piena di vita: c’è chi lavora, chi legge, chi mangia e festeggia. «Letta e narrata quasi esclusivamente come spazio del pericolo e della paura, la notte del Medioevo invece è tutt’altro e merita di essere raccontata, per contribuire ancora una volta a sfatare lo stereotipo dei “secoli bui”» (p.12). È a partire da queste parole che Beatrice Del Bo, docente di Storia medievale all’Università degli Studi di Milano, si interroga su alcuni quesiti durante tutto il corso dell’opera: come definire la notte medievale? Come spiegarla e come raccontarla partendo dalle vite e dalle testimonianze di coloro che l’hanno vissuta sottraendosi, almeno in parte, al timore dell’oscurità? Come smontare la testarda convinzione che il Medioevo sia stata un’epoca buia e che la notte sia stata ancora più tetra? Molti sono i miti e le associazioni che ancora oggi si fanno tra notte, oscurità e altre immagini; alcune di queste sono d’eredità medievale. Il buio nel Medioevo è associato al Demonio, al peccato e alle tenebre: queste sono tutte costruzioni che forzano all’obbedienza; instillare una paura innaturale nel popolo permette di controllarlo e le autorità medievali ne erano consapevoli. Nelle sue Etymologiae, Isidoro di Siviglia fa risalire l’origine del termine «notte» al latino nox, nocivo; mentre per gli Statuti di Perugia la notte «si intenda dal tramonto al cademento del sole fino al nascere del sole il giorno dopo». Anche alcuni animali vengono associati alla notte: orsi, corvi, lupi e cinghiali sviluppano una pessima reputazione. Per fare un esempio, nell’ottavo secolo, Bonifacio, missionario anglosassone, invia una lettera a papa Zaccaria in cui fornisce un lungo elenco di animali che vengono consumati dai germani dopo i propri riti pagani. Tra questi si possono annoverare le lepri, i cavalli selvatici, corni e cornacchie. Il pontefice ordina che gli ultimi due animali vengano esclusi dalla dieta dei cristiani, in quanto i fedeli non dovrebbero mangiare uccelli neri.

Ancora nel XIII secolo rimane il timore verso alcune bestie feroci: nel 1211, l’abate di Saint-Médard sogna di ritrovarsi di notte di fronte alla porta del monastero; lì, si vede circondato da tre immensi lupi, ma senza perdere coraggio, l’abate e gli altri monaci catturano gli animali e li soffocano senza che vi sia alcuna resistenza.

Nel capitolo successivo l’autrice evidenzia come dal Duecento la notte inizi ad essere dipinta non con il blu o il nero, ma con l’oro. Del Bo evidenzia come le riflessioni in merito alla presenza o meno della notte in tutte le raffigurazioni nascano dall’opera De Luce del teologo inglese Roberto Grossatesta.

È del secolo successivo un’altra fonte analizzata dall’autrice: il Mesnagier de Paris. Un vero e proprio manuale di cucina scritto da un borghese parigino per la sua consorte. In effetti la notte è anche un momento di convivio e in cui si mangia e la cena, più ricca o più povera in base alla condizione economica delle persone, è un aspetto importante della giornata. Interessante è anche la rappresentazione del Giudizio finale dipinto sulle pareti della Collegiata di San Giminiano. Nell’affresco i dannati sono torturati impedendo loro di raggiungere piatti ricolmi di pietanze. La notte può essere sfruttata anche per grandi celebrazioni. Un curioso evento viene dalla cronaca di Tietmaro: nel 972 l’arcivescovo di Magdeburgo accoglie in cattedrale il duca Hermann di Sassonia, il quale ha ricevuto dall’imperatore Ottone I l’incarico di governare la regione in sua assenza. Durante il banchetto, il duca siede nel posto riservato al sovrano e osa anche coricarsi nel letto imperiale. Ottone, infuriato, punisce l’arcivescovo ordinando di ricevere tanti cavalli quante lampade sono state accese per la celebrazione.

A divertirsi meno sono coloro che invece di notte lavorano: guardie e domini de nocte che fanno la ronda e controllano la città, panettieri, impiegati pubblici oberati di carte e scartoffie, donne che tessono. Proprio di questi personaggi Del Bo parla nel capitolo sul lavoro notturno. È tramite l’immensa documentazione lasciata da Francesco Datini di Prato (1335-1410), la quale consta oltre 1.200 registri contabili, 125.000 lettere commerciali e 10.000 epistole private, che l’autrice racconta la vita notturna di uno dei mercanti più celebri del Medioevo. Francesco è incessantemente impegnato dal lavoro e invia lettere alla moglie Margherita ad ogni ora del giorno: la consorte risponde preoccupata, suggerendo di: «guardarsi da questo vegliare disordinatamente» (p. 129). Il marito è però ossessionato dal gestire tutte le sue attività nei minimi dettagli.

Nell’immaginario, dopo il tramonto iniziano ad ardere di passione gli amanti, leciti o proibiti che siano. Molte sono le storie e le novelle di mariti traditi e mogli fedifraghe, meno diffuse quelle dove i ruoli sono ribaltati: d’altronde l’infedeltà maschile è accettabile nel Medioevo. Il Decameron di Boccaccio e il Trecento novelle di Sacchetti, entrambe opere trecentesche, pullulano di racconti di adulteri, alcuni dei quali sono riportati con ironia dell’autrice. A volte però non ci si accontenta degli uomini, o così pare, come nel processo a Giovanna Motossa, la quale, rimasta vedova, stringe un patto con un demone e rinnega Dio. Del Bo, attraverso le carte del processo a Giovanna, ne racconta la storia. La creatura oscura ha un nome, Martino, e questi seduce la sfortunata, per poi, molti anni dopo, stringere il medesimo accordo con la figlia della donna. È Giovanna stessa che confessa questi fatti, mentre è sotto processo dell’Inquisizione nel 1495.

Di notte si può anche nascere e morire, e a volte le due cose avvengono a distanza di poco tempo. I capitoli finali del volume affrontano il tema della vita e della morte attraverso la notte, con l’alternarsi dello studio di documentazione privata, come i diari, e documentazione pubblica come i trattati bellici. Il parto medievale è una pratica estremamente pericolosa e spesso porta al decesso della madre o dell’infante; nei casi peggiori, di entrambi. Leggendo il diario di Bartolomeo Morone (1392-1461), l’autrice riporta i vari parti della moglie Caterina Omodei: nel 1417 una prima gravidanza fallisce perché il bambino è prematuro, nel 1421 nasce una bambina e quando, nel 1450, Caterina muore, il marito riporta nel proprio diario che ella ha lasciato «7 figli e 5 figlie vive».

La giustizia non riposa nemmeno di notte: l’oscurità può essere utilizzata per enfatizzare una condanna, oppure per nasconderla ed evitare pericolosi clamori di piazza. Riprendendo Maire-Vigueur, Del Bo riporta il celebre caso di Parisina Malatesta: giovane consorte di Niccolò III d’Este, nel 1425, ad appena 21 anni e dopo sette di matrimonio, viene condannata a morte per adulterio. Il marchese di Ferrara elimina la prima moglie più per motivi politici che non per l’infedeltà. Gli eserciti invece sono a riposo: di notte operano le spie e si organizzano strategie per l’avvenire. Procopio di Cesarea racconta di come goti e bizantini sospendessero gli scontri una volta calato il sole. Carlo Magno invece fallisce la propria impresa notturna di conquistare Venezia. Nel suo trattato intitolato Insegnamenti, Teodoro Paleologo, marchese di Monferrato e grande comandante riferisce che con la notte è più complesso gestire le truppe. Con il favore delle tenebre è anche più facile disobbedire e cospirare: è proprio in una taverna che si origina la rivolta dei Ciompi di Firenze nel 1378. Citando Gino Capponi e la sua Storia della repubblica di Firenze, l’autrice evidenzia come di notte si radunarono migliaia di fiorentini per elencare le loro richieste al governo.

Tutto in una notte si presenta come un prodotto di ricerca rigoroso e insieme di piacevole lettura, che lo rendono accessibile anche ai non specialisti della materia. Risultando coerenti e ben organizzati, i capitoli del volume portano alla luce la notte medievale e rischiarano un percorso di studi ancora tutto da percorrere.

Niccolò Fayer