Peter Burke alla Statale: “The Annales School: Three, Four or Five Generations?”

The Annales School: Three, Four or Five Generations? È stato questo il titolo scelto per la lectio magistralis tenuta da Peter Burke il 24 febbraio 2026 presso la Sala capitolare dell’Archivio storico della Ca’ Granda. L’incontro si è posto in chiusura al ciclo di lezioni organizzate da Davide Cadeddu, Professore di Storia e teoria della storiografia (Università degli Studi di Milano), nell’ambito della Didattica del dottorato di ricerca in Studi storici: Historiography of the ‘Annales’: Authors, Works, and Methodological Perspectives ha offerto un quadro generale riguardante la scuola storiografica che si costituì intorno alla rivista francese “Annales”, ricostruendone la storia dal 1929 a oggi, con la partecipazione di Bertrand Müller, Miri Rubin, Guillaume Calafat.    

Fellow della British Academy e della Royal Historical Society, Peter Burke è Professore Emerito di Storia culturale presso l’Università di Cambridge. Come rammentato in apertura da Davide Cadeddu attraverso una introduzione biobibliografica, la formazione dello storico britannico è avvenuta al St. John’s College e al St. Antony’s College di Oxford, per poi essere nominato lecturer presso l’Università del Sussex nel 1962, dove è rimasto per sedici anni prima di trasferirsi all’Emmanuel College di Cambridge, di cui oggi è Life Fellow. Burke ha insegnato Storia dell’Europa e Storia del pensiero politico, con particolare attenzione allo studio delle immagini come fonti, all’antropologia storica, nonché alla figura di Luigi XIV. In qualità di professore di storia culturale, il suo lavoro si è concentrato sull’Europa del periodo 1500-1700; attualmente sta scrivendo un libro sulla history of misunderstanding, proseguendo la sua serie di volumi sulla storia della conoscenza. Tra le sue opere più recenti in traduzione italiana possiamo ricordare: Il genio universale. Una storia culturale da Leonardo Da Vinci a Susan Sontag (Hoepli, 2023) e Ignoranza: una storia globale (Raffaello Cortina Editore, 2023). Tuttavia, per comprendere quante siano state le generazioni di storici che hanno caratterizzato le Annales e confrontarle tra loro, risulta imprescindibile il suo celebre The French Historical Revolution: The “Annales” School, 1929-89, pubblicato nel 1990 dalla Polity Press e tradotto in italiano da Laterza nel 1992 con il titolo Una rivoluzione storiografica: la scuola delle “Annales”, 1929-1989.

Il ricordo di una lectio tenuta a Oxford da Federico Chabod, cui il Dipartimento di Studi Storici della Statale è intitolato dalla fine del 2024, ha segnato l’inizio della relazione di Burke, il quale si è poi apprestato a seguire quell’indicazione di metodo che Michel de Certeau era solito dare agli storici, così riportata al pubblico in sala: «You always have to tell people where you are speaking from». A parlare, dunque, è uno storico che negli anni della Guerra Fredda amava descrivere sé stesso come un «fellow traveller» delle Annales: in un’epoca in cui molti storici britannici nutrivano riserve, se non un’aperta ostilità, nei confronti della “scuola” delle Annales, Burke ne condivideva i valori, pur non facendo parte del gruppo. D’altra parte, l’accuratezza del termine stesso di “scuola” è stata spesso contestata, anche da alcuni membri del gruppo: Jacques Revel, a esempio, nega questa definizione, preferendo parlare di una nébuleuse in grado di includere maggiori differenze. Altri, invece, sono perfettamente a loro agio con il termine, tanto da averlo utilizzato nel titolo del proprio libro sulle Annales (cfr. André Burguière, L’ecole des Annales: une histoire intellectuelle, 2006).

In prima istanza, Burke si è allora chiesto che cosa qualifichi una “scuola”, notando come gli storici dell’arte abbiano molta familiarità con il termine, riferito agli allievi attivi nelle botteghe di grandi artisti come Tiziano, Rembrandt, Rubens. Si potrebbe allora parlare della scuola delle Annales per riferirci ai seguaci di Lucien Febvre e Marc Bloch, i soci originari nella creazione dei valori condivisi associati al gruppo, sebbene questi fossero legati solo parzialmente da una visione comune e, soprattutto, non sempre seguiti dai loro “discepoli”. Quest’ultimo, «un fenomeno ricorrente nella storia dei movimenti e, anzi, necessario affinché un movimento possa durare per più di una singola generazione»[1], ha sottolineato Burke, ritenendo quello di Fernand Braudel come il caso più evidente di un «non-follower»: estimatore di Febvre, con il quale condivideva l’interesse per la geostoria, aveva visto il proprio determinismo geografico scontrarsi con il volontarismo geografico del maestro.

Invece del termine “scuola” si potrebbe pensare a un “gruppo” o a un “network” di storici con valori, idee e metodi in parte condivisi: il primo termine ha il vantaggio di enfatizzare il senso di comunità tra i suoi membri; il secondo presenta altresì dei vantaggi, in particolare quello di includere persone che sono associate alle Annales, ma che non si definirebbero come membri della comunità a pieno titolo. In tal senso, si pensi a Michel Vovelle e alla sua “doppia vita”: da un lato, uno storico dell’Antico Regime, profondamente interessato alla storia delle mentalità; dall’altro, un marxista e uno storico della Rivoluzione francese, un’altra comunità ancora più coesa di quella delle Annales. «Esiste quindi un intero gruppo di storici francesi» – tra gli altri, Pierre Vilar e Maurice Agulhon – «in parte associati alle Annales, ma marxisti, cosa che non furono né Bloch, né Febvre, né Braudel», ha chiosato Burke.   

Specialmente nel corso della prima generazione è anche possibile identificare individui che, nonostante possedessero l’«esprit» delle Annales, rimasero ai margini della rete, distaccati dal corpo centrale del gruppo: esemplificativo è il caso di Alain Corbin, storico della cultura, che Burke sostiene avrebbe potuto far parte a tutti gli effetti del “quartier generale” dell’École des Hautes Études. Al contrario, Marc Ferro perseguì l’approccio dell’histoire événementielle – un «anatema» per la tradizione delle Annales –, tuttavia ricoprendo per diversi anni il ruolo di segretario della rivista. Burke ha allora osservato opportunamente che «se qualcuno volesse davvero scrivere una storia di queste persone, dovrebbe tenere conto di tali apparenti contraddizioni, differenze e conflitti». Il termine “network” è utile anche perché ha il vantaggio di includere storici non francesi che sono o sono stati «alleati» delle Annales: Witold Kula in Polonia, Jaume Vicens Vives in Spagna, ma anche collaboratori più stretti attivi a Parigi, come gli italiani Ruggiero Romano e Alberto Tenenti.

Eppure, se dovesse scegliere una sola parola per definire le Annales, Burke non si rifarebbe né a “scuola”, né a “gruppo”, né a “rete”, bensì preferirebbe parlare di “movimento”, per due ragioni principali. In primo luogo, il termine “movimento” pone l’accento sul conflitto, su quei Combats pour l’histoire (1953) che avevano dato nome alla raccolta di saggi di Lucien Febvre: battaglie non solo rivolte contro il vecchio regime storiografico, ma anche conflitti interni. Burke ha infatti evidenziato come gli storici delle Annales abbiano concordato molto meno sui punti che avevano in comune rispetto a ciò cui si opponevano, ovvero la storia politica tradizionale, la storia dall’alto focalizzata sugli eventi, «quel tipo di storia che per la prima generazione era simboleggiata da Charles Seignobos e, per la generazione di Braudel, da Roland Mousnier». Nella visione di Burke, la seconda ragione a favore del termine “movimento” è che questo accentua il processo di cambiamento interno. In un manifesto pubblicato nel 1946, in occasione del rilancio delle Annales «con il titolo più famoso che abbiano mai avuto» – Annales. Économies. Sociétés. Civilisations – Febvre aveva scritto: «Le Annales stanno cambiando, perché il mondo intorno a loro sta cambiando». Era ormai in atto la trasformazione del movimento da quella che Burke ha definito come «una setta, una piccola banda di eretici della storia in lotta contro l’establishment» in una «chiesa», fino a diventare esso stesso il nuovo punto di riferimento per la storiografia.

Burke ha poi messo in luce i momenti di svolta in cui le idee condivise dal gruppo sono cambiate significativamente: il primo, quello verso la histoire sérielle (la storia quantitativa) e la storia demografica; in seguito, il famoso passaggio dalla storia economica e sociale alla storia intellettuale e culturale, soprannominato il passaggio de la cave au grenier (“dalla cantina alla soffitta”). E un altro importante cambiamento collettivo, più graduale, riguarda il ruolo della narrazione. Se è vero che la prima generazione – incluso l’economista François Simiand – aveva dimostrato una netta ostilità verso la histoire événementielle, lo stesso non si può dire per la seconda, laddove Braudel non aveva rifiutato gli eventi, bensì li aveva ridotti a una sorta di “cartina di tornasole” attraverso cui osservare ciò che accade realmente. Infatti, Braudel concepiva metaforicamente la storia come un oceano: le onde del mare, come gli eventi, per quanto catturino l’attenzione, si limitano allo strato superficiale; la vera storia avviene al di sotto della superficie, nelle correnti di lungo periodo, la cosiddetta longue durée. Nella terza generazione Georges Duby avrebbe poi riabilitato gli eventi, offrendo un nuovo tipo di narrazione in cui la loro memoria risulta importate tanto quanto l’evento stesso, «se non di più».

Nell’accostarsi al tema principale della lectio, ovvero la successione delle generazioni storiografiche, Burke ha invitato i presenti a immaginare le Annales come un’impresa familiare, o come una catena di imprese familiari: dai Gernet ai Lombard, dagli Aymard ai Goubert, la lista è proseguita includendo i Vidal-Naquet e, in un caso, ben quattro generazioni successive di storici francesi, di cui l’ultima è rappresentata oggi da Guillemette Crouzet, figlia degli storici Élisabeth Crouzet-Pavan e Denis Crouzet. Dunque, Burke ritiene che il termine “famiglia” possa risultare utile sia in senso metaforico che in senso letterale, ricordando come Lucien Febvre considerasse Robert Mandrou e Fernand Braudel quasi come dei figli, e di come quest’ultimo in più di un’occasione avesse descritto alcuni dei giovani storici dell’epoca in modo “paterno” o “patriarcale”: “Le Petit Goubert”, “Le Petit Revel”, ecc.

Ma ancora più controverso è senza dubbio il concetto di “generazione”, verso cui lo stesso Lucien Febvre aveva espresso scetticismo – sebbene avesse cambiato idea al riguardo verso la fine della sua vita – e che Pierre Nora aveva giudicato come «opaco». Burke si è allora proposto di utilizzare il termine nel modo suggerito dal sociologo tedesco Karl Mannheim, ovvero inquadrandolo come un fenomeno storico-sociale che implica la percezione di un destino comune tra persone nate nello stesso periodo, unite dall’esperienza collettiva di un evento importante accaduto nella fascia d’età compresa tra i sedici e i venticinque anni: «In altre parole, quando si è adulti, ma ancora estremamente influenzabili». Nel caso della generazione di Marc Bloch, lo snodo fondamentale fu senz’altro l’Affare Dreyfus, che durò dal 1894, quando Bloch aveva solo otto anni, al 1906. D’altra parte, anche Antoine Lilti ha confessato di recente come la caduta del Muro di Berlino nel 1989 sia stata un evento estremamente importante per lui, allora diciassettenne, e per la sua generazione. La Seconda Guerra Mondiale e la Guerra d’Algeria furono cruciali per quegli annalisti che decisero di aderire al Partito Comunista: «quei comunisti che, ironia della sorte, includevano futuri conservatori come François Furet ed Emmanuel Le Roy Ladurie, entrambi nati alla fine degli anni Venti, il che significa che erano adolescenti all’epoca della lotta contro il nazismo e il fascismo. Nel caso di Le Roy Ladurie, si potrebbe aggiungere il dettaglio personale del conflitto con suo padre, che era stato Ministro dell’Agricoltura nel regime di Vichy».

In linea con l’approccio dell’histoire-problème di Febvre, Burke ha provato a dar conto di come, per il movimento delle Annales, sia stato possibile durare così a lungo nel tempo. Per rispondere a questo interrogativo si renderebbe necessaria una biografia collettiva: un’impresa che sarebbe possibile se si fosse di fronte a una comunità chiusa, ma non a una rete aperta o a un movimento liberamente accessibile. Secondo lo studioso britannico le Annales si collocano in una via di mezzo tra questi due estremi opposti, comportando così l’impossibilità di una prosopografia definitiva. Per colmare questo vacuum, Burke si è allora premurato di classificare e quantificare gli storici per lui più importanti in base al decennio di nascita, rilevando: quattro figure di rilievo, tra cui Febvre, nate negli anni Settanta dell’Ottocento; tre, incluso Bloch, negli anni Ottanta dello stesso secolo; dieci, tra cui Braudel, nel primo decennio del Novecento; undici, incluso Duby, negli anni Dieci (nonostante quest’ultimo fosse nato proprio alla fine del 1919 ed ebbe, forse, «più elementi in comune con il gruppo successivo»). Il picco massimo fu raggiunto negli anni Venti, con ventisette storici di rilievo, tra cui Jacques Le Goff e Le Roy Ladurie. Da quel momento in poi i numeri avrebbero visto una progressiva discesa: Burke ha infatti individuato diciannove studiosi di alto profilo nati negli anni Trenta, tra cui Daniel Roche, Nathan Wachtel e Christiane Klapisch; quattordici nati negli anni Quaranta, tra cui Jacques Revel, Roger Chartier e Bernard Lepetit; solo cinque gli individui nati negli anni Cinquanta, tra cui Denis Crouzet; quattro negli anni Sessanta, tra cui Patrick Boucheron; sette negli anni Settanta, tra cui Antoine Lilti. «E dopo di allora», prende atto Burke, «mi rincresce dirlo, non mi viene in mente nessuno. Vale a dire che non riesco a pensare a nessuno storico importante associato alle Annales che sia più giovane delle persone che ho appena menzionato».

La traslazione dei suddetti decenni in generazioni storiografiche permette di effettuare una loro chiara scansione: la prima generazione delle Annales guidata da Febvre e Bloch, «un gruppo ristrettissimo»; una seconda generazione dominata da Braudel, con l’importante assistenza di Ernest Labrousse, segnata dalla storia economica e sociale; una terza generazione – Duby, Le Goff, Le Roy Ladurie – contraddistinta dalla transizione verso la storia culturale; una quarta generazione, guidata da Bernard Lepetit fino alla sua prematura scomparsa, che tornò a guardare al programma della seconda generazione. Infine, Burke crede nell’esistenza di una quinta generazione, condotta da Boucheron e tornata a focalizzarsi sul programma culturale della terza.

Il rilancio di alcune idee e pratiche proprie delle generazioni precedenti ha rappresentato un elemento di continuità tanto importante quanto i momenti di conflitto e di cambiamento. Per Burke, tale continuità sarebbe suggerita anche dal linguaggio degli annalisti, in particolare da certi concetti chiave ricorrenti e, spesso, difficilmente traducibili: mentalité, imaginaire, sensibilité, sociabilité, structure e conjoncture. Il titolo attuale della rivista – Annales. Histoire, Sciences Sociales – denota un ulteriore filo rosso che ha legato gli annalisti dalle origini del movimento, ovvero il comune interesse per le discipline limitrofe, quali la geografia, l’economia, la sociologia, con la creazione di approcci ibridi, tra cui l’antropologia storica. Burke ha inoltre constatato che la sopravvivenza del movimento per almeno ottant’anni «sarebbe stata difficile, se non impossibile, se l’approccio collettivo al passato si fosse congelato in una sorta di ortodossia»: la scuola delle Annales ha rappresentato una istituzione aperta a un’ampia varietà di opinioni (broad church), la cui longevità è data anche dalle divergenze interne.

Spostando l’attenzione sulla situazione in cui versa il movimento oggi, anche se il gruppo è sopravvissuto e l’influenza di quel nucleo di idee non è ancora ultimato, Burke concorda con coloro che, per certi versi, credono che l’esperienza delle Annales sia effettivamente conclusa: basti pensare al contrasto ormai impercettibile tra la rivista e quelle che per molto tempo furono le sue rivali, la Revue historique e la Revue d’histoire moderne et contemporaine. È però da tenere a mente come, a fronte di una domanda esplicita da parte di Burke sul loro senso di appartenenza all’impresa delle Annales, due redattori della rivista si siano espressi in termini sostanzialmente favorevoli: Quentin Deluermoz, la cui tesi di dottorato è stata supervisionata da Alain Corbin, ha dichiarato di considerarsi ancora parte del movimento; Hervé Mazurel, allievo di Dominique Kalifa, per quanto abbia riconosciuto che dagli anni 1988-1989 la rivista ha gradualmente perso la propria autorità, si è comunque detto erede della tradizione delle Annales, «come qualcuno che si sforza di continuare, in modo critico, la lunga eredità della storia delle mentalità, dell’antropologia storica e della psicologia storica».

Il 2029 segnerà il centesimo anniversario della fondazione della rivista, e molti sono gli interrogativi che investono il presente e il futuro della scuola delle Annales. Davide Cadeddu, nell’aprire il dibattito che è seguito alla relazione, ha sottoposto al vaglio di Burke le possibili criticità implicate nella nuova impostazione editoriale della rivista. Le potenzialità offerte dalla pubblicazione online degli articoli da parte della Cambridge University Press, contestualmente alla loro traduzione in inglese a fianco dell’originale in francese, consentono di certo alle Annales di estendere la propria influenza a livello globale: un intento che, a parere di Burke, risulta legittimo e quasi inevitabile, nonostante la nota resistenza dei francesi a pubblicare in una lingua diversa dalla propria. Lo storico britannico, inoltre, non avverte il rischio che le ragioni di carattere commerciale possano inficiare le originarie fondamenta culturali di quel progetto; d’altro canto, egli ritiene ormai innegabile che, nella cultura francese, la rivista e il movimento abbiano perso la propria centralità, trovando significativo che alcune delle principali novità concettuali e di approccio siano sopraggiunte dall’esterno, come la histoire culturelle e la histoire croisée. In definitiva, la Francia non sarebbe più, come lo è stata in passato, il perno dell’innovazione nella pratica storiografica: «Viviamo, oggi, in un’epoca di policentrismo nella storiografia, così come in molte altre sfere dell’esistenza».

Davide Siano


[1] Le citazioni saranno qui riportate in traduzione italiana sulla base del discorso originale pronunciato in lingua inglese.