The First Right. Incontro con Bradley Simpson

L’incontro dell’1 aprile 2026 all’Università degli Studi di Milano ha avuto come fulcro l’analisi dell’opera di Bradley Simpson, “The First Right”, libro che esplora l’evoluzione del concetto di autodeterminazione dei popoli.

Nonostante l’assenza dell’autore per motivi di salute, il dibattito tra Paolo Zanini, Mauro Elli e Giulia Lami, professori all’Università degli Studi di Milano, ha permesso di analizzare i nodi cruciali del tema.

Nell’apertura dell’incontro, Paolo Zanini ha presentato la figura di Bradley Simpson analizzando come il suo campo di studi, cioè la storia del Sud est asiatico e i difficili rapporti tra Stati Uniti e Indonesia, abbia influenzato la stesura del libro.

Zanini ha spiegato che la struttura dell’opera si focalizza sull’evoluzione dell’ordine internazionale partendo dall’affermazione del paradigma di Wilson.

Entrando nel merito della decolonizzazione, Zanini ha evidenziato come Simpson descriva la profonda crisi dell’ordine imperiale, ponendo interrogativi ancora attuali sull’organizzazione del continente africano spostando il dibattito sulla legittimità dei confini, domandandosi se fosse necessario mantenere i tracciati coloniali.

Un altro asse portante della presentazione di Zanini ha riguardato il legame tra la sovranità statale e l’approccio economico, tema che si intreccia con la questione dei piccoli Stati e di quelle entità territoriali che, nel secondo dopoguerra, venivano considerate “non pronte” per l’autogoverno, principio che portò alla formazione di numerosi mandati.

Zanini ha poi esteso il discorso alle rivendicazioni dei gruppi minoritari all’interno delle grandi potenze, citando i movimenti degli afroamericani negli Stati Uniti e dei nativi in Canada, per dimostrare come l’autodeterminazione sia un concetto trasversale e interno agli stessi Stati nazionali.

Infine, l’intervento ha toccato la dimensione contemporanea del problema: se tra il 1945 e il 1990 il tema dell’indipendenza sembrava riguardare quasi esclusivamente il mondo extra-europeo, dal 1991 la questione è esplosa con forza in Europa orientale e, in modo differente, in quella occidentale citando i casi di Scozia, Catalogna e del Nord Italia, in cui i movimenti secessionisti si sono rafforzati nei momenti di maggiore sviluppo economico dei Paesi.

L’intervento di Mauro Elli si è concentrato sulla metodologia storiografica di Simpson e sulla decostruzione dei paradigmi giuridici ed economici internazionali.

Elli ha elogiato la capacità dell’autore di far coesistere una serie di fonti estremamente eterogenee e spesso di difficile accesso, come gli archivi indonesiani, riuscendo a farle dialogare in una cornice globale coerente.

Un punto di rottura fondamentale sottolineato dal Professore riguarda l’utilizzo delle fonti delle Nazioni Unite: Simpson sfida infatti due pregiudizi consolidati, ovvero l’idea che tali documenti siano troppo accessibili per essere considerati adatti all’utilizzo di uno studioso affermato, e la visione tipica del realismo politico che liquida l’ONU come un organismo poco efficace. Il libro dimostra invece la straordinaria vivacità e rilevanza politica dei dibattiti che avvenivano nell’organizzazione in quegli anni.

Approfondendo l’aspetto filosofico e giuridico, Elli ha evidenziato come Simpson tratti i principi etici e i diritti come prodotti storici negoziati e non come verità universali ed eterne.

Analizzando l’autodeterminazione in chiave diacronica, il testo si inserisce in una tendenza storiografica che negli ultimi anni ha cercato di superare la rigida cesura del 1945, preferendo analizzare le persistenze e le continuità come dimostrato dalla rivalutazione dei successi internazionali degli anni Venti e dall’esperienza della Società delle Nazioni.

Il cuore dell’analisi di Elli è il capitolo dedicato alla sovranità economica.

Qui emerge il dilemma sul reale valore di un’indipendenza formale nel caso in cui le condizioni materiali di un popolo peggiorino rispetto al periodo coloniale. Elli rintraccia le radici di questa “partita globale” nella Rivoluzione Messicana del 1917 e nelle successive politiche di nazionalizzazione del petrolio, nate per contrastare lo sviluppo della dottrina Monroe qui applicata per la prima volta.

Simpson pone dunque il problema di quei Paesi che, pur essendo formalmente indipendenti, restavano legati agli interessi americani.

Elli ha infine tracciato l’evoluzione dai paradigmi imperialisti dell’Ottocento, che legittimavano il colonialismo in nome di una presunta incapacità indigena di sfruttare le risorse per il bene comune, alla svolta del dopoguerra. Questo mutamento ha scardinato i vecchi principi giuridici, portando al periodo d’oro delle rivendicazioni di sovranità economica negli anni Sessanta, fase poi entrata in crisi con il crollo sistematico degli anni Ottanta.

Elli ha concluso suggerendo che una dimensione ulteriore da esplorare sarebbe stata quella del progresso scientifico e tecnologico; possedere il diritto legale sulle risorse è infatti una condizione necessaria ma non sufficiente se lo Stato non detiene anche le competenze tecniche e le infrastrutture per gestirle autonomamente, restando altrimenti dipendente dai tecnici e dalle imprese delle ex potenze coloniali.

L’intervento di Giulia Lami ha approfondito la dimensione storica del concetto di autodeterminazione, portando l’analisi dal piano teorico a quello dei conflitti territoriali e delle strategie di potere.

Lami ha esordito collegandosi alle riflessioni dei colleghi per spiegare la natura dei “secessionismi di benessere”, citando il caso del Belgio e delle Fiandre.

In questo contesto, la spinta indipendentista non nasce da un’oppressione etnica in senso classico, ma da una motivazione economica: le Fiandre, territorio altamente sviluppato, mettono in discussione il patto nazionale chiedendosi perché le proprie risorse debbano essere destinate a sostenere la Vallonia e altre regioni considerate decadenti.

Questo parallelo con la Lega Nord in Italia serve a dimostrare come l’autodeterminazione possa diventare un punto fermo per le aree più ricche per indebolire i legami di solidarietà statale.

Un capitolo centrale della sua analisi ha riguardato l’area dell’Europa orientale, partendo dalla contraddizione intrinseca del progetto di Lenin.

Lami ha spiegato che i bolscevichi per contrapporsi all’impero zarista si fecero portatori del concetto di autodeterminazione dei popoli e proprio per questo, dopo la rivoluzione Lenin si rifiutò di abbandonare questo principio, nonostante le critiche mosse da Stalin. Nacque così l’idea di una federazione “volontaria” dove le quindici repubbliche avevano il diritto di recedere in ogni momento. Questa impostazione è oggi il bersaglio polemico di Putin, il quale accusa i bolscevichi di aver fatto un “regalo sciagurato” ai vicini, creando nazioni artificiali progettate da ingegneri politici.

Nell’analizzare le dinamiche di indipendenza dall’URSS, Lami ha evidenziato come il caso dei Paesi Baltici rappresenti un’eccezione giuridica unica, infatti a differenza delle altre repubbliche socialiste, Estonia, Lettonia e Lituania non hanno mai accettato la narrazione della “secessione” o del semplice distacco da una federazione volontaria. La loro posizione si basa sul principio della continuità statale, essi non riconoscono di aver mai fatto parte legittimamente dell’Unione Sovietica, considerandola una potenza occupante che li aveva annessi forzatamente. Pertanto, nel 1991, i Baltici non hanno chiesto di “uscire” dall’URSS, ma hanno dichiarato il ripristino di un’indipendenza che, de jure, non era mai venuta meno.

​Lami ha poi messo in contrasto questa posizione con la struttura interna della Federazione Russa stessa, guidata allora da Eltsin, che proprio in quegli anni rivendicava la superiorità delle leggi russe su quelle sovietiche per scardinare il potere centrale di Gorbaciov.

Lami ha evidenziato come la Russia odierna neghi categoricamente la separazione delle repubbliche interne, come la Cecenia, ricorrendo alla forza militare per preservare l’integrità federale.

Infine, la relatrice ha mostrato come il principio di autodeterminazione possa trasformarsi in un “gioco di precedenti” pericoloso.

È stato citato il caso del Kosovo come spartiacque: la sua indipendenza ha fornito alla Russia l’alibi giuridico per sostenere le pretese di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia.

In Ucraina, questo meccanismo viene portato all’estremo: l’obiettivo per i territori contesi è quello di venire inseriti nell’elenco delle repubbliche interne russe affinché ogni tentativo di successiva separazione possa essere marchiato come un’aggressione all’integrità russa, giustificando così l’escalation militare.

Lami ha concluso ricordando che anche le grandi potenze storiche hanno manipolato questi equilibri, citando il caso della Cina nazionalista all’ONU: la sua permanenza nel Consiglio di Sicurezza al posto della Cina comunista portò al boicottaggio sovietico, un errore tattico che impedì a Mosca di porre il veto sulla guerra di Corea, dimostrando quanto la definizione di “Stato legittimo” sia sempre stata funzionale agli assetti di potere globali.

Zanini ha concluso il dibattito osservando come i contributi, pur partendo dal medesimo testo, abbiano sviluppato analisi profondamente diverse che restituiscono la complessità dell’opera di Simpson.

Se Elli ha puntato sulla continuità del paradigma di civilizzazione e sulla storicità dei principi legati alla massimizzazione delle risorse, Lami ha mostrato come le costruzioni nazionali siano spesso il risultato di una tensione tra spinte dal basso e imposizioni dall’alto mosse da interessi imperiali. Questo gioco di potenze utilizza frequentemente il supporto a situazioni economiche difficili come pretesto per interventi militari che, pur richiamandosi formalmente al principio di autodeterminazione, finiscono per instaurare un vero e proprio controllo esterno sulla sovranità degli Stati coinvolti.

Margherita Nikpalj