Manuel Zamagna, “La legittimità del principe. Il problema della successione di Francesco Sforza al Ducato di Milano (1448-1466)”.

Tesi triennale in Storia, relatrice prof.ssa Maria Nadia Covini (Università degli Studi di Milano, a.a. 2024/2025)

La morte senza eredi di Filippo Maria Visconti, occorsa il 13 agosto 1447, innescò un’accesa disputa per la successione del ducato di Milano. Tra i diversi candidati, colui che ebbe la meglio fu Francesco Sforza, rinomato capitano di ventura nonché genero del duca defunto. Il 22 marzo 1450, dopo un lungo assedio, il condottiero entrava trionfalmente in città e veniva proclamato duca da un’adunanza di nobili milanesi, ponendo fine all’effimera esperienza repubblicana. Eppure, la successione sforzesca fu tutt’altro che incontestata. Francesco aveva sposato Bianca Maria Visconti, unica figlia dell’ultimo duca, ma questo elemento, di per sé, non era sufficiente per legittimare la sua presa di potere. Lo Sforza si impadronì dello Stato milanese con le armi ma la sua conquista non venne riconosciuta dal re dei Romani Federico III d’Asburgo, che pretendeva la devoluzione del ducato all’Impero dopo l’estinzione della dinastia viscontea. La mancanza dell’investitura rendeva il nuovo duca un tyrannus ex defectu tituli, per dirla con Bartolo da Sassoferrato.

Tuttavia, lo Sforza non si accontentò della propria condizione di signore de facto e si impegnò per fornire al proprio dominio un solido fondamento giuridico. Questo suo tentativo si articolò in due direzioni. Da un lato, egli cercò insistentemente di ottenere l’investitura del ducato da Federico III, inviando diverse ambascerie a negoziare presso la corte imperiale. Dall’altro, egli procedette alla rivendicazione ー e, in alcuni casi, alla vera e propria fabbricazione ー di fonti di diritto alternative, che potessero supplire alla mancanza del riconoscimento imperiale. Queste due azioni erano solo apparentemente in contrasto tra di loro, dal momento che lo Sforza e i suoi legati fecero leva proprio su queste fonti di legittimità “secondarie” per tentare di convincere l’Imperatore a concedere l’investitura.

L’elaborato, oltre a ricostruire le trattative con la corte imperiale, si propone di individuare e analizzare queste fonti di diritto alternative sulla base della lettura di documentazione edita e della letteratura scientifica, in particolare degli studi di Fabio Cusin. La prima, dal punto di vista cronologico, è la presunta donatio inter vivos con cui Filippo Maria, nel 1446, avrebbe donato il ducato al genero. In realtà, secondo l’opinione più condivisa nel panorama storiografico, questo documento sarebbe un falso costruito ad hoc dai giuristi sforzeschi per giustificare il tradimento del proprio signore nei confronti della Repubblica Ambrosiana, a seguito degli Accordi di Rivoltella stipulati con la Serenissima nell’ottobre del 1448. Questa fonte di legittimità, prodotta in un preciso contesto, si rivela tuttavia poco convincente. In primo luogo, sarebbe falsa, ma è oggetto di contestazione da parte dei giuristi imperiali poiché, anche se fosse stata autentica, Filippo Maria non avrebbe avuto la facoltà di donare il ducato, in quanto feudo imperiale e non bene allodiale di sua proprietà.

La seconda fonte di legittimità alternativa rivendicata da Francesco Sforza è l’elezione “dal basso”, cioè da parte degli stessi milanesi. Facendo propria la tesi dei capitanei della Repubblica Ambrosiana, i giureconsulti sforzeschi sostengono infatti che la dignità ducale non sarebbe venuta meno con la morte di Filippo Maria Visconti, ma sarebbe rimasta alla città di Milano, la quale, in virtù dei privilegi derivati dalla pace di Costanza del 1183, avrebbe il diritto di eleggere i propri governanti e, di conseguenza, di conferire loro stessi il titolo ducale allo Sforza. Anche in questo caso, si tratta di una tesi inaccettabile dal punto di vista imperiale. Infatti, con l’istituzione del ducato nel 1395, i diritti della città di Milano derivati dalla pace di Costanza erano di fatto tornati all’Imperatore, che li aveva delegati al duca secondo la consuetudine feudale. Alla morte dell’ultimo Visconti, dunque, il ducato sarebbe dovuto essere devoluto all’Impero.

Una ulteriore fonte di diritto su cui lo Sforza fonda la legittimità della propria signoria è il riconoscimento internazionale. Il primo aprile del 1450, appena divenuto duca, lo Sforza riceve un indulto in materia di beni ecclesiastici dal pontefice Niccolò V. Al di là del suo contenuto, il documento è fondamentale poiché riconosce esplicitamente Francesco Sforza quale legittimo duca di Milano. Il nuovo principe, non a caso, è altresì il principale promotore della pace di Lodi del 1454 e della Lega Italica, stipulata l’anno successivo. Quest’ultima, oltre a garantire la difesa comune da eventuali invasioni straniere, ha ricadute fondamentali per quanto riguarda la legittimazione della successione sforzesca, poiché impone il riconoscimento reciproco di tutti i contraenti. Grazie ad essa, Francesco Sforza può aggiungere al riconoscimento pontificio anche quello di tutte le potenze della penisola, comprese Napoli e Venezia, sino ad allora tra le principali antagoniste della successione del condottiero.

Un quarto elemento con il quale lo Sforza tenta di legittimare la propria successione è quella che mi sento di definire una “viscontizzazione” della propria dinastia. Con questo termine mi riferisco a quel processo con il quale Francesco e i suoi successori si appropriano del blasone della dinastia viscontea, per poter legittimare la successione e nobilitare la propria casata, le cui origini erano piuttosto recenti e relativamente modeste. Questo processo comprende innanzitutto l’acquisizione del cognome gentilizio Visconti, che Francesco inizia ad utilizzare accanto al proprio sin dal 1432, anno della promessa di matrimonio con Bianca Maria. Oltre a questo elemento, include anche l’appropriazione dello stemma araldico con il biscione, delle imprese e di alcune usanze della famiglia ー come l’attribuzione del secondo nome “Maria” ai figli della coppia ducale. In questo modo, Francesco Sforza è in grado di presentarsi come legittimo erede del suocero, giustificando così la propria successione.

Infine, un ultimo aspetto che viene messo in luce dalla propaganda del nuovo duca è l’esaltazione delle proprie virtù personali. L’idea che sta alla base di questo elemento è la seguente: il condottiero sarebbe legittimamente duca di Milano in quanto degno di ricoprire tale carica, conquistata grazie alle proprie abilità, tanto diplomatiche quanto belliche. Questa fonte di legittimità di carattere più “personale” viene armoniosamente affiancata alle altre fonti di legittimità “esterne” ー cioè dipendenti dal rapporto con altri attori politici ー rivendicate dallo Sforza ed è un topos ricorrente nella letteratura storiografica di corte.

Tutte queste fonti alternative, utilizzate, come si diceva, come strumento di pressione nei confronti di Federico III, non ottennero l’effetto sperato. L’8 marzo 1466 Francesco Sforza si spense, senza mai essere riuscito a farsi concedere la tanto agognata investitura imperiale. Il primo esponente di Casa Sforza ad ottenerla fu Ludovico il Moro, insignito del titolo ducale nel 1494 da Massimiliano d’Asburgo, da poco succeduto al padre. Vale la pena di sottolineare che nel diploma d’investitura non vi fosse alcuna legittimazione ex post di nessun altro esponente della dinastia. Pertanto, il titolo ducale di Milano è rimasto formalmente vacante per quasi mezzo secolo, dal 1447 al 1494.