Il tema delle origini del sabba è sempre stato cruciale nell’indagine sulla stregoneria, che ha saputo indagarlo nel corso del XX secolo nelle sue forme di espressione sia da parte dell’élite colta, sia come retaggio folklorico. Il saggio di Maifreda riprende questa indagine con un lavoro di ricerca che muove da un’osservazione acuta, che già Giovanni Grado Merlo avanzava in Streghe (il Mulino, Bologna, 2011) asserendo che rimangono non adeguatamente investigate le confessioni spontanee di pratiche stregonesche. L’autore prende in considerazione la documentazione della Penitenzieria apostolica di Città del Vaticano, poco esaminata dagli studiosi, che però ha il pregio di riportare «al centro dell’indagine storica il tema della verità» (p.16).
Maifreda indaga meticolosamente il sacramento confessionale dal punto di vista normativo e politico, tralasciando l’approccio antropologico e riprendendo gli studi già inaugurati da Elena Brambilla, come in Alle origini del Sant’Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale del Medioevo al XVI secolo (il Mulino, Bologna, 2000). Il mutamento normativo affrontato ha come punto centrale il passaggio dal rito di penitenza pubblico alla confessione auricolare, sancita dal concilio Lateranense IV e confermata dalla riforma tridentina. Accanto a ciò, il lettore potrà apprezzare la considerazione della pratica della scomunica nella sua evoluzione, ma anche la valenza pedagogica di tale atto all’interno della comunità, considerato come «una citazione a comparire a giudizio». Di grande valenza per la ricostruzione è sicuramente la creazione dell’Inquisizione delegata papale, ripercorsa tramite le tappe del diritto medievale e il processo di criminalizzazione della magia, dal XIII al XVI secolo. Discussione tramite cui l’autore affronta la differenza fra il «tempo della grazia» che elargiva il perdono ai confessi in quanto delatori, e il «tempo della giustizia», ovvero l’istituzione del processo.
Il ripercorrere la genesi ma soprattutto il mutamento istituzionale della Penitenzieria apostolica è legato nella narrazione alla diffusione del concetto dotto di sabba e dei processi di stregoneria nella penisola italiana. Infatti, si mette in luce come nel periodo del piccolo scisma d’Oriente proprio questa istituzione fosse al centro del dibattito fra i conciliaristi e papa Eugenio IV, accusato con essa di rafforzare la propria posizione a discapito del concilio di Basilea, fondamentale, com’è noto, per lo sviluppo del dibattito dotto sulla stregoneria. La Penitenzieria ebbe la facoltà, nella sua evoluzione a cavaliere fra XV e XVI secolo, di fondere due accezioni del termine penitenza, quella pubblica, imposta dai tribunali vescovili, e quella confessionale. L’analisi della documentazione epistolare permette non solo di comprendere la struttura gerarchica dell’istituzione, ma anche le complesse relazioni che vigono fra i confessanti del crimine di partecipazione al sabba, i confessori, i funzionari che redigevano presso le curie vescovili la confessione e la risposta da Roma. La confessione di tali crimini, infatti, cui seguiva il «discernimento», ovvero l’assoluzione, presentava al reo confesso maggiori possibilità di preservarsi in confronto alla calunnia o alla denuncia e al perseguimento da parte di un tribunale vescovile o inquisitoriale.
Ripercorrendo le confessioni delle carte della Penitenzieria, e quindi le testimonianze della regione alpina italiana e alcuni casi francesi, Maifreda sottolinea come «le confessioni sacramentali siano state un perverso fondamento “empirico” della costruzione della stregoneria» (p.120) dimostrando e confermando le credenze dotte e popolari sul sabba, due origini differenti di questo concetto che l’odierna storiografia non è ancora riuscita a conciliare. Le confessioni infatti, per l’autore, non debbono essere intese solamente come rivolte agli ufficiali giudiziari che componevano il tribunale persecutore dell’imputato, ma anche a chi faceva parte di uno scenario giuridico più ampio, in cui rientrava la Penitenzieria. Alcune di queste tendevano a dimostrare in senso retrospettivo rispetto al processo inquisitoriale le accuse di partecipazione al sabba, assicurandosi così l’assoluzione dalla Penitenzieria del peccato-reato confessato; altre, invece, solitamente post processo, avevano l’obbiettivo di ottenere l’annullamento della scomunica, dimostrando quanto era già stato appurato dal tribunale.
Caratterizzato da una prosa piacevole, il saggio di Maifreda vuole essere, con un’attenta ricostruzione della storia della confessione giuridica e di penitenza, intrecciata con quella della Penitenzieria apostolica e del quadro di caccia alle streghe italiano, uno spunto di riflessione sul ruolo della cultura giuridica romana-canonica nella legittimazione e riproduzione delle credenze riguardanti il sabba. L’intento finale è dunque quello di spronare la ricerca a riflessioni più strutturate proprio a partire dalle serie accessibili dell’Archivio della Penitenzieria, le cui «promesse di clemenza finirono con l’alimentare gli stereotipi e le accuse inquisitoriali». Una riflessione degna di vivo interesse, che la prossima storiografia non mancherà di sviluppare.
Flavio Luigi Fortese